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Riflessioni giuridiche sulla vendetta

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La vendetta è un sentimento che ha ispirato molte opere artistiche e che è alla base di numerosi istituti giuridici. Partirò con una breve definizione della vendetta tratta dalla popolare enciclopedia Wikipedia: “La vendetta è un sentimento che scaturisce da un desiderio di darsi giustizia generato da un impulso volitivo che segue al rancore o al risentimento”. Il soggetto che ha subito un torto (vero o presunto) o una sofferenza vuole “pareggiare i  conti” con coloro che sono stati la causa della sua sofferenza o fastidio. Varie sono le tipologie della vendetta, causate da sofferenze subite, torti ricevuti, motivi di onore o vendette di massa.

Se esaminiamo la storia del diritto dagli antichi greci ai giorni nostri rileviamo che la vendetta dei privati o dei gruppi tribali è stata regolata e sostituita da leggi e procedure che affidano ai magistrati imparziali l’esame delle controversie ed i relativi risarcimenti, in particolare le legislazioni varate nel secolo XVII che segnano la nascita e l’affermazione dello Stato di diritto, che vige anche oggi. Questo cerca di regolare tutti i rapporti conflittuali tra privati ed enti pubblici; anche il diritto internazionale prevede ricorsi degli Stati ad organismi internazionali per risolvere le controversie.

Sin dall’antichità l’ingiustizia subita ed il desiderio di infliggere all’offensore un danno pari a quello subito hanno costituito un elemento costante umano; vale la pena ricordare la legge del taglione, tramandata dalla tradizione mosaica, che prescriveva una forma di giustizia per cui bisognava far subire all’offensore lo stesso danno che lo stesso aveva fatto subire all’offeso. Va sottolineato che il meccanismo che protrae la vendetta è un ciclo continuo di ritorsioni tra i contendenti che continua a spirale fino alla distruzione o all’assoggettamento di uno dei contendenti.

Un recente sondaggio eseguito negli USA rileva che il 68% degli intervistati ammette la vendetta giustificata; va ricordata anche l’autorevole opinione di Erich Fromm che nel l’opera “Anatomia della distruttività umana” riconosce che la vendetta è una reazione aggressiva, spontanea ed innata simile a quella istintuale che si manifesta in risposta ad una ingiusta sofferenza inflitta all’individuo od al gruppo e precisa che la vendetta è diversa dall’aggressività ma è piuttosto una reazione aggressiva scatenata dall’istinto di conservazione in quanto è un fenomeno posteriore al danno subito.

Alcuni studiosi come il Marongiu hanno rilevato che molte volte la vendetta non è “impulsiva, spontanea ed incontrollata” ma è preparata strategicamente ed eseguita in tempi successivi alla offesa.

L’analisi di Fromm è stata contestata da molti studiosi, i quali hanno messo in rilievo che egli sottovaluta il lato razionale della vendetta che nella maggior parte dei casi non è “impulsiva ed incontrollata”, ma è frutto di una strategia e di una pianificazione ed è realizzata in tempi successivi all’ offesa.

Esaminiamo brevemente i lati giuridici della vendetta iniziando dalla legge del taglione (in latino lex tallionis), che è un principio di diritto consistente nella possibilità riconosciuta ad una persona che avesse ricevuto intenzionalmente un danno causato da un’altra persona, di infliggere a quest’ultima un danno, anche uguale, all’offesa ricevuta.

Tale legge era adottata da molte popolazioni in età antica ed aveva la funzione di porre un limite alle vendette private, che spesso degeneravano in faide. Nelle opere letterarie tale norma veniva designata come legge del contrappasso. La più antica codificazione della legge del taglione è formulata nel codice di Hammurabi nel quale la pena prevista per i vari reati è molte volte identica al torto ed al danno provocato, ad esempio la pena per l’omicidio è la morte. Se la vittima è peraltro figlio di un altro uomo sarà ucciso il figlio dell’omicida, se è stato ucciso uno schiavo l’omicida pagherà una ammenda pari al valore dello schiavo.

Nel diritto romano la legge del taglione è presente solo nel diritto romano arcaico espresso nelle XII tavole. La tavola VIII, che regola la composizione degli illeciti, dice “Si membrum rupsit, ni cu meo pacit, talio est”: se una persona ferisce un’altra e non raggiunge un accordo con essa, vale la pena del taglione.

La legge del taglione era vigente anche nell’antico diritto germanico al quale si rifecero le legislazioni di alcuni stati italiani, quali il Ducato di Modena (1771) e la Toscana (1786).

Ricordo che nell’Antico Testamento il principio è dichiarato esplicitamente nella frase “occhio per occhio, dente per dente” che appare nel libro del Levitico “Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lezione che egli ha fatto all’altro”.

Nel diritto islamico è accolto il principio dell’occhio per occhio che vigeva ai tempi di Maometto ma è prevista anche una “compensazione pecuniaria” con cui riparare i danni subiti; il ricorso alla compensazione è subordinato all’accettazione della transazione da parte della parte lesa.

Un importante istituto che regola le vendette è la Faida (che deriva dall’alto tedesco fehida), un istituto che intendeva la possibilità per un privato di ottenere soddisfazione per la lesione di un proprio diritto ricorrendo all’uso della forza. La parola faida ha origini antiche ed è da ricercare nel diritto delle Popolazioni germaniche che abitavano nell’Europa settentrionale ed orientale. Tali popoli mantennero viva l’osservanza alle loro tradizioni giuridiche, anche grazie alla tolleranza dei Romani nei confronti dei loro usi. Il diritto vigente presso questi popoli era consuetudinario e  basato su  usi trasmessi per via orale.  Tra tali usi figura la “faida”, longobardo faida (ostilità, lite, inimicizia) che indicava l’istituto giuridico non scritto in virtù del quale la famiglie di un soggetto ucciso o danneggiato dal membro di un’altra potevano vendicare la lesione non solo contro il diretto responsabile, ma nei confronti della sua intera parentela, restituendo il torto subito in egual misura; perciò si riteneva legittima quella che noi oggi chiamiamo “vendetta trasversale” e che le fonti giuridiche dei Longobardi nel medioevo designarono “vindicta parentum”. Non era considerato il fatto che il danno fosse derivato da un fatto involontario o da una causa di forza maggiore (ad esempio un danno provocato da un animale domestico o dal fuoco lasciato acceso o dal crollo di un muro). Il danno doveva essere vendicato per ripristinare l’equilibrio sociale. La lesione ed il relativo risarcimento era valutato dai parenti del soggetto leso e per evitare che il giudizio del danno fosse superiore a quello effettivo fu introdotto il guidigrildo (longobardo wergild), una indennità in danaro che la famiglia del reo doveva versare alla famiglia dell’offeso per il danno subito. Tale istituto serviva a ripristinare l’equilibrio sociale senza commettere atti cruenti o spropositati. Il guidigrildo introdusse un prezzario delle offese in base al danno subito ed allo status sociale della vittima (era maggiore per le offese agli uomini liberi ed inferiore per gli schiavi). Tale istituto fu accolto nell’Editto di Rotari del 602 d.c. L’accusato di un danno poteva inoltre difendersi dalle accuse di danneggiamento tramite il ricorso ad una assemblea popolare in una ordalia (giudizio di DIO); questa era una prova fisica cui il soggetto colpevole veniva sottoposto e se riusciva a superarla indenne era considerato benvoluto dagli Dei e dichiarato innocente. Tre erano le prove più diffuse:

  • La prova del fuoco: camminare a piedi nudi sui carboni ardenti o stringere un ferro arroventato;
  • La prova dell’acqua: l’accusato era gettato legato nell’acqua e dopo un certo periodo era ripescato in superficie- Era considerato innocente se galleggiava o riusciva a liberarsi;
  • La prova del veleno: l’accusato doveva ingerire una sostanza velenosa e se sopravviveva era considerato innocente. Vale la pena ricordare che le torture praticate sulle donne accusate di stregoneria erano considerate prove della loro innocenza, tollerate ed incoraggiate, mentre la nostra coscienza le considera delle istituzioni barbare.

Se consideriamo la storia della faida rileviamo che la stessa ha una storia molto antica. Essa è stata regolata mediante alcune limitazioni, per esempio non era possibile attuare una faida a chi si trovasse presso il re, andasse o tornasse da lui(koenigsfriede o pace del re). Non si poteva esercitare la faida contro chi si trovava in chiesa o in tribunale o vi stesse andando e venendo. L’istituto della Faida fu in vigore nel diritto germanico fino al XV  secolo. Va ricordato che nel 1235 Federico II istituì un Landfrieden generalizzato, che non era l’abolizione della faida, ma piuttosto la regolazione della stessa con precise formalità; infatti, il diritto di faida doveva essere preceduto da un annuncio (lettera di faida, dissipatio) ed inoltre la faida doveva avere rispetto per alcune persone: clerici, puerpere, malati gravi, pellegrini, mercanti, contadini e vignaioli al lavoro fuori delle loro abitazioni, oltre a chiese e sagrati. Una ulteriore limitazione fu stabilita dal clero e si chiamò “tregua Domini, tregua pacis Dei”: in base a questa per quattro giorni della settimana, da mercoledì sera fino al lunedì mattina, non potevano avere luogo faide. Va rilevato che questa tregua non fu molto efficace specie con le persone potenti.

L’imperatore Massimiliano I propose nella dieta di Worms del 1495 l’ewiger “Landfrieden perpetuo” che imponeva la rinuncia in tutti i territori tedeschi all’uso delle armi per la risoluzione delle liti. In tal modo ogni tipo di faida, anche consentita fino a quel momento, veniva dichiarata violazione del Landfrieden. Questa  risoluzione decretò il tramonto e la  decadenza della faida come istituto giuridico. L’ultima faida nota che si risolse in un conflitto armato tra i nobili di Hildesheim ed il loro vescovo fu dovuta a controversie fiscali.

La differenza sostanziale rispetto agli ordinamenti giuridici attuali è che il ricorso alla autorità giudiziaria, per noi obbligatorio, era facoltativo ed alternativo alla possibilità di tutelare il proprio diritto autonomamente facendo anche uso della forza. L’uso della forza era considerato pienamente legittimo – a differenza dello stato di diritto vigente ora, nel quale esiste la figura del reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni. La faida si differenziava anche dalla legittima difesa perché questa consiste nell’impedire, anche con l’uso della forza, un danno ai beni o alla persona mentre la faida sorgeva per ottenere soddisfazione per un danno già arrecato. Le faide ovviamente potevano riguardare due individui, due gruppi o intere città ed era difficile distinguere la giustizia privata da una guerra con battaglie, devastazioni e saccheggi.

Ritengo opportuno segnalare che il tema della vendetta è stato recentemente trattato in un volume “Antropologia della vendetta” che raccoglie 21 saggi di antropologi, filosofi, giuristi e sociologi e che esamina molteplici forme di vendetta, nonché molti istituti di vendetta presenti in vari diritti come la ultio romana, la vendetta barbaricina della Sardegna, il kanun albanese, la vendetta delle saghe nordiche, la vendetta mafiosa e la vendetta hindu. Il volume è stato curato dal prof. Lorini e dalla professoressa Masia dell’Università di Cagliari.

Ritengo opportuno anche riferire le interessanti relazioni svolte al convegno organizzato dal dipartimento Cesare Beccaria, dove ho svolto la mia attività universitaria, della Università degli studi di Milano. Il convegno ha messo a confronto giuristi, sociologi, antropologi e criminologi con studiosi e studenti sul tema della vendetta, un problema apparentemente lontano dalla cultura e dalla nostra morale, condannato dalla religione cristiana, eppure molto attuale nel clima aggressivo della nostra società. Il convegno ha riferito delle esperienze su questo tema che è stato regolato nel tempo ed in varie culture nei modi più diversi benché la nostra attuale sensibilità condanni la vendetta e le sue manifestazioni.

La prof. Eva Cantarella, storica del diritto greco e romano, ha analizzato il tema della vendetta nei poemi omerici e nella società greca dal IX al VII secolo, epoca precedente alla costituzione della polis greca, ed ha rilevato sul piano giuridico la sostituzione della consuetudine della vendetta con l’istituzione del diritto. In particolare, la vendetta nella società greca non era più un atto individuale determinato da ragioni private, ma una istituzione sociale che consisteva nel difendere l’onore offeso e la reputazione macchiata da un torto subito. L’eroe omerico deve avere la forza fisica ed il coraggio e non tollerare alcun torto (basta pensare alla vendetta di Ulisse al suo rientro ad Itaca con l’uccisione dei Proci che avevano insidiato la moglie Penelope; nell’Iliade invece è narrata la vicenda di Patroclo, l’amico di Achille, costretto a lasciare l’isola di cui il padre è re perché, dopo avere ucciso involontariamente un compagno, la famiglia  del morto non aveva voluto accettare la compensazione, poinè).

La professoressa Cantarella ha evidenziato che con la nascita della polis in Grecia furono istituite delle leggi scritte e nacque il diritto che mirò a sostituire il sistema delle vendette private ed a garantire allo Stato la totale partecipazione negli affari dei cittadini. La legge di Dracone nell’Atene del 620-621 a.C. tenta di scardinare la vendetta e distingue tre tipi di omicidio con tre pene specifiche. Va ricordato che nella bella tragedia di Eschilo “Le Coefore” Elettra manifesta dei dubbi sulla opportunità di compiere delle vendette.

Nel secondo intervento all’Università di Milano, intitolato “Il  linguaggio muto della vendetta” il Prof. Lorini, filosofo del diritto della Università di Cagliari, ha parlato della vendetta in Barbagia (Sardegna), richiamando lo studio del Prof. Pigliaru sul codice della vendetta barbaricina per dimostrare lo spirito normativo che ne regola la disciplina. Pigliaru ha indicato nella vendetta l’istituto giuridico fondamentale del diritto pastorale barbaricino ed ha trascritto il diritto consuetudinario popolare tramandato oralmente.

Il  criminologo Adolfo Ceretti dell’Università di Milano ha illustrato l’esperienza nordamericana del linciaggio come vendetta pubblica ed ha spiegato come, benché condannato moralmente, il linciaggio organizzato da appositi comitati abbia rappresentato fino agli anni quaranta una pratica diffusa e tollerata di cui abbiamo esempi importanti, ricordando come essa rappresenti una forma di violenza collettiva legittimata dalla morale sociale lesa. Un atto deviante con funzione riparatrice. Ceretti ha rilevato che ancora oggi negli USA è abitudine far partecipare alla esecuzione della pena di morte i familiari della vittima. In questi ultimi anni negli Stati uniti è stata teorizzata una giustizia riparativa che più che punire il colpevole mira a risarcire economicamente il danno economico. Nel convegno di Milano sono intervenute anche Patrizia Resta e Francesca Scionti dell’Università di Foggia, che hanno parlato dei regimi vendicatori a noi vicini quali quello dell’Albania e quello presente nel Gargano, entrambi attuali  e praticati pur essendo vietati dalle leggi dello Stato. Tali tipi di atteggiamenti mirano a ridurre la violenza a semplice violenza difensiva ed il perdono viene riconosciuto come mezzo per superare il conflitto. L’ingiustizia subita si vendica o si perdona, la vendetta è comunque una risoluzione estrema e comunque difensiva considerata l’aggressività della società.

La vendetta è un sentimento proprio dell’uomo, che è riconosciuto dalla Bibbia nella Legge del Taglione e corretto da Gesù nel Discorso della Montagna “Ma io Vi dico non vendicateVi contro chi Vi fa del male”. La nostra cultura non accetta e condanna la vendetta, ma è opinione diffusa che la pena detentiva per i reati commessi debba essere afflittiva per il reo (deve soffrire per il male che ha fatto). Più o meno tutti siamo vittime di impulsi emotivi di vendetta e l’imbarazzo e la vergogna sono spesso motori di vendetta. Esempio di dubbio sulla opportunità della vendetta è il celebre discorso di Amleto che non sa se vendicarsi dello zio per la morte del padre. Nella evoluzione giuridica della società questa si è fatta carico di ristabilire gli equilibri e riparare le offese con i Tribunali che reprimono i comportamenti antisociali; ricordo che il grande giurista Cesare Beccaria ha ribadito che la pena deve essere riabilitativa ed educativa e questo è il principio stabilito dall’art. 27 della nostra Costituzione (su questo problema si sono impegnati recentemente il radicale Pannella, il cardinale Martini, altri importanti politici ed uomini di cultura e numerose associazioni come “Nessuno tocchi Caino”).

Ritengo opportuno segnalare su tale tema l’interessante articolo di Marco Cannavicci “La vendetta come movente del reato” pubblicato sulla rivista “Polizia e Democrazia” nel gennaio 2004. L’autore evidenzia che la vendetta è una delle molle principali del crimine insieme al piacere, all’odio ed al vantaggio personale; la vendetta è da sempre considerata come uno dei quattro principali moventi criminogeni in grado quindi di provocare nell’uomo condotte e comportamenti antisociali. Dopo avere analizzato la storia della vendetta nella nostra cultura, l’autore dichiara che secondo le regole sociali moderne è vendetta quando la giustizia ha un carattere privato e la persona agisce in proprio; è invece giusta punizione la giustizia che ha un carattere collettivo e viene amministrata da terzi in nome di tutti. In questo modo si sottrae agli individui l’iniziativa e la responsabilità della ritorsione e si applica la sanzione della collettività. L’articolo si conclude con una interessante tabella riassuntiva sul comportamento vendicativo articolata in cinque punti.

Va rilevato peraltro che la crescente aggressività sociale e la crescita della criminalità organizzata con episodi gravi di violenza compiti durante furti e rapine, denunciati quotidianamente anche dai media, sta peraltro mutando l’atteggiamento sia dell’opinione pubblica sia dei giudici nel considerare la legittima difesa e l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni stabilito dall’art. 392 del codice penale e sta mutando il rapporto tra difesa privata e protezione statuale.

Giuseppe Bardone

Filosofo del diritto

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Redazione

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