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L’informazione ai tempi della società post fattuale

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Quando il cittadino di uno stato di diritto democratico non viene correttamente informato e quando anzi viene ad arte disinformato al solo fine di perseguire scopi ben distanti dalla tutela della giustizia, possiamo ben dire che si è rotto qualcosa, e che di certo questa è una delle crepe più evidenti dei sistemi democratici del nostro tempo.

Qui si crede che il diritto ad una corretta informazione sia in questa nostra società globale e mediatica un diritto primario e fondamentale; in conseguenza dell’avvento delle nuove tecnologie, ma non solo per questo, siamo diventati cittadini scarsamente informati seppur sommersi da un flusso ininterrotto di informazioni. Questa condizione ci ha portato a soffrire diminuzioni della nostra libertà da vari punti di vista. Non può esistere democrazia laddove la rappresentatività è in crisi. Non può esserci fiducia nel sistema della rappresentanza se non c’è una corretta informazione. Di conseguenza non c’è vera democrazia e chi non è correttamente informato, per mancanze dovute al digital divide o a limiti di natura culturale, subisce discriminazione. È più debole nei confronti del resto della società, non ha i mezzi per partecipare efficacemente alla vita pubblica. È in balia della corrente, della sovraesposizione mediatica e informativa. È vittima degli algoritmi dei social media che non sa gestire e controllare. Non è più cittadino.

Nell’attuale società cosiddetta post fattuale, quella in cui il cittadino perde fiducia nello Stato, nelle istituzioni, nella giustizia, nei dati oggettivi, nelle analisi razionali, addirittura nel buon senso nella scienza, ecco che più facilmente è preda indifesa di teorie complottiste, bufale, e ciarlatani pronti a vendere soluzioni semplici per problemi complessi.

Mettere in fila tutti gli ambiti in cui il mancato diritto ad una corretta informazione ci priva del nostro status di cittadini è difficile; proverò a farlo analizzando il rapporto del cittadino con la res publica e con la giustizia. La giustizia difatti è l’ambito in cui a mio avviso in maniera più pericolosa ha trovato applicazione quel sistema industriale di disinformazione che ormai siamo costretti a subire, con gli evidenti rischi che ciò comporta per le nostre libertà fondamentali. All’esercizio della giustizia si è sostituito il processo mediatico; più veloce, più avvincente, e in grado di fornire maggiore soddisfazione a quel senso di vendetta ed indignazione che sembra ormai la cifra distintiva della nostra partecipazione alla vita pubblica. Ci interessiamo alla politica solo quando quello che produce ci indigna: niente di meglio che un processo per corruzione. Entriamo in empatia con il prossimo solo quando questo è vittima di crudeli delitti: niente di meglio che un omicidio in prima pagina. “Processo mediatico” è la definizione di una nuova modalità di esercizio della giustizia fondata sul rapporto incrinato e spesso malato tra magistratura, informazione e politica, costruita sulla sovversione della presunzione d’innocenza prevista dall’art. 27 della Costituzione. Sovversione resa possibile appunto dalla connessione tra procure e redazioni di giornali, a cui spesso viene fornito accesso a documenti ed atti che altrimenti non avrebbero modo di esaminare.

Una modalità che non si limita all’analisi dei fatti finalizzata al perseguimento della verità, della giustizia e della corretta informazione dei cittadini su reati commessi e rilevanti per la vita pubblica, piuttosto un sistema in cui viene ripristinata la pubblica gogna in funzione di interessi puramente economici (la vendita dei giornali e gli ascolti tv) o politici (carriere ed eliminazione dell’avversario).

Pensate all’importanza nel nostro paese dei processi collegati alla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Quanto della nostra percezione dello Stato si basa sui sospetti alimentati dalle notizie circolate su quella faccenda; quanto le nostre scelte, anche di orientamento politico, si fondano sull’assenza di fiducia nello Stato derivante anche da questi dubbi. Nei giorni scorsi abbiamo potuto leggere le motivazioni della sentenza di assoluzione di Calogero Mannino; propongo alla vostra riflessione parte del commento [1] del giurista Giovanni Fiandaca.

“È un dato di fatto inconfutabile che il processo-trattativa costituisce una esemplificazione straordinaria di  un processo  inscenato nei media e potentemente alimentato da stampa e televisione, specie nelle sue fasi iniziali: con un bombardamento informativo continuo e drammatizzante, tendente ad assecondare come verità assodata ipotesi accusatorie ardite e basate (tanto più all’inizio) su teoremi storico-politici preconcetti, affondanti le radici in “precomprensioni” soggettive e – purtroppo – costruiti anche in vista del perseguimento di impropri obiettivi  lato sensu carrieristici.”

Questo accade perché il processo mediatico non ha né le stesse modalità né le stesse finalità di un processo giudiziario. I media non sono obbligati a essere terzi e imparziali come un giudice, non devono decidere per la condanna al di là di ogni ragionevole dubbio in base a prove certe o indizi gravi, precisi e concordanti. Non devono i media decidere per l’assoluzione, al contrario dei giudici, accertandosi dell’assenza, insufficienza o contraddittorietà di una prova. Possono decidere a istinto: nella maggior parte dei casi il politico è corrotto, perché preoccuparsi di trattarlo da innocente.

Tutto ciò deve spaventarci e interrogarci. Se il ruolo scorretto dei media non solo è preponderante nello svolgimento del processo ma diventa anche strumento del processo come possiamo sentirci cittadini tutelati nelle proprie libertà fondamentali? Questa insensatezza trova pieno compimento se il cittadino accusato di reato è un politico, o se il reato contestato è contro la pubblica amministrazione. Fate mente locale: quante storie di politici accusati e poi prosciolti ricordate? Probabilmente poche perché le assoluzioni, le archiviazioni e i proscioglimenti non trovano sui giornali lo stesso spazio delle accuse. Vi aiuto con un esempio. Ilaria Capua [2], nota e stimata ricercatrice di livello internazionale, eletta deputata del Partito Democratico e finita sotto inchiesta per la (folle) obbligatorietà dell’azione penale scattata in seguito a un’inchiesta del periodico l’Espresso che la accusava di crimini estremamente gravi, poi completamente assolta. Ha presentato le dimissioni dal Parlamento italiano e a causa del linciaggio mediatico subito ha lasciato il paese insieme alla sua famiglia, per continuare la propria attività altamente qualificata negli Stati Uniti. E si potrebbe continuare con le archiviazioni di massa richieste nell’ambito dell’inchiesta “Mafia capitale”, altro esempio di indagini chiaramente strumentalizzate per fini politici. Se questi esempi non vi colpiscono personalmente, pensate piuttosto alla cronaca nera: alla quantità di casi di cui avete una “profonda conoscenza” e per i quali avete la netta percezione che giustizia non sia stata fatta. Bastano poche parole, pochi nomi. Cogne. Annamaria Franzoni. Yara. Bossetti. Sarah Scazzi. Avetrana, lo zio Michele e Sabrina Misseri. Olindo e Rosa. Il piccolo Youssef. Garlasco. Chiara Poggi e Alberto Stasi. Pensate alle pagine di giornali, alle discussioni sui social, alle ore di diretta tv. E soprattutto pensate a un’altra cosa: quasi certamente, per ognuno di questi casi, avete una vostra idea. Colpevole o innocente. Senza aver mai letto un solo atto del processo. Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Colpevoli.

“Ripensandoci, direi che alcune delle notizie erano davvero assurde e totalmente inventate. Ma che avremmo dovuto fare? Siamo giornalisti e riportiamo quello che ci viene detto. Non posso dire: “Aspettate un momento. Voglio fare un altro controllo per conto mio.” Sarebbe impossibile. Darei un vantaggio alla concorrenza e perderei lo scoop. Non funziona così. Non nel mondo dell’informazione.”

Nick Pisa, cronista del Daily Mail, sul modo in cui ha trattato il processo per l’omicidio di  Meredith Kercher, dal documentario “Amanda Knox”, 2016, Netflix. Il caso Kercher è stato da subito ritenuto meritevole di attenzione giornalistica, e non poteva essere diversamente: una giovane vittima, due giovani imputati sui quali è stato semplice costruire una storia con molti colpi di scena. Il tutto aggravato dai molti errori compiuti dalla procura di Perugia che di fatto hanno portato al risultato processuale che conosciamo. Le scene di vera e propria rivolta davanti al Tribunale al momento dell’assoluzione definitiva della Knox e di Sollecito dicono tutto: davanti a tre gradi di giudizio i cittadini percepivano l’esito come sbagliato, convinti ormai dal processo mediatico della colpevolezza dei due. A prescindere dalle idee di ciascuno di noi, questa sentenza ci lascia cittadini inermi e in balia del sistema giudiziario. Abbiamo due giovani ragazzi con una vita segnata nonostante la sentenza di assoluzione, e abbiamo la netta sensazione di ingiustizia che una tale incertezza per forza di cose produce.

Ampliamo il discorso passando ad un ambito diverso: quanto le nostre scelte politiche sono influenzate dalle notizie che leggiamo? Quanto queste notizie sono vere, verificate, oggettive e quanto sono invece story telling? Peraltro parliamo di un fenomeno non solo italiano ma internazionale; Donald Trump è Presidente eletto degli Stati Uniti.

Quanto è stata determinante la copertura degli scandali durante la campagna elettorale americana? È innegabile, soprattutto alla luce del risultato elettorale, il danno subito da Hillary, e già i media iniziano a discutere [3] di quanto si sia ingigantita la questione delle mail, di come i media abbiano amplificato una questione tutto sommato politicamente irrilevante. La campagna elettorale per le primarie democratiche e repubblicane prima, e per le presidenziali dopo è stata fortemente condizionata da un pessimo giornalismo e da quello che il New York Times chiama “successo della disinformazione” [4]. La tesi è semplice: c’è troppo poco giornalismo di qualità per contrastare la sempre crescente dose di giornalismo delle bufale e delle falsità che si sta velocemente diffondendo. Margaret Sullivan del Washington Post ha messo insieme alcuni consigli per districarsi tra le falsità che si leggono online [5]; la sostanza è: non fidatevi di nessuno. Non di amici e conoscenti, ma nemmeno dei media tradizionali. Aspettate il tempo necessario per la verifica delle notizia, confrontate le fonti: cose che una volta facevano i giornalisti, oggi compiti che toccano ai cittadini.

Una delle obiezioni che mi trovo a fronteggiare quando parlo di questo è che noi siamo fortunati: abbiamo programmi come “le Iene”, celebre trasmissione impegnata a smascherare truffe e complotti. Luciano Capone sul Foglio dello scorso ottobre ha fatto un’ottima carrellata delle teorie sostenute dalle Iene [6]:

…i servizi a favore del “metodo Stamina”, una terapia a base di cellule staminali priva di qualsiasi efficacia e validità scientifica … in seguito a quella campagna mediatica un autore di “comunicazione persuasiva” come Davide Vannoni divenne improvvisamente più credibile di scienziati come Michele De Luca dell’Università di Modena e Graziella Pellegrini del San Raffaele, i primi al mondo a produrre una cura efficace e scientificamente valida con le staminali. …

…le Iene hanno dato credito alla falsa storia secondo la quale i vaccini sono all’origine dell’autismo. … hanno propagandato “cure naturali” contro il cancro. Sono andate fino a Cuba per magnificare le proprietà “antitumorali” del “veleno di scorpione”, intervistando un tassista cubano che parlava di un fantomatico “vaccino” contro i tumori inventato sull’isola. Le Iene si sono persino recate in una fattoria cubana, dove il medicamento “antitumorale” viene prodotto dall’inventore, un “artigiano locale allevatore di scorpioni”. Una storia che ricorda quella del “siero di Bonifacio”, l’estratto di pipì di capra spacciato come cura contro il cancro da un veterinario di Agropoli negli anni 60 (il padre di tutti i casi Stamina e Di Bella che sarebbero seguiti).

Come può allora difendersi il cittadino? Con un po’ più di consapevolezza, e molta più lentezza. La società post fattuale richiede un rallentamento; richiede che i buoni giornalisti abbiano a disposizione il tempo per fare bene il proprio mestiere senza la paura di “perdere lo scoop” e danneggiare l’editore. Occorre disattivare le notifiche dello smartphone, occorre curare la dipendenza da notizie che ci fa ingoiare pure quelle false pur di alimentare indignazione e rabbia. Occorre premiare (e sì, anche pagare) l’informazione di qualità. Occorre essere consapevoli dei propri limiti e, prima di tutto, riconoscere la necessità di informarsi, capire, studiare. Occorre ammettere che è normale non avere un’opinione su tutto (ad esempio le sentenze delle sezioni penali di Cassazione), e che è invece fondamentale averne una su certe cose (quanti tra i vostri conoscenti sanno spiegarvi con una certa sicurezza cosa prevede la riforma costituzionale su cui saremo chiamati a breve ad esprimerci tramite referendum?). Occorre uno sforzo di razionalità. Occorre valorizzare il diritto direi primario che abbiamo alla corretta informazione, e farci guidare dalla voglia di riappropriarci dell’unico strumento che può davvero renderci liberi. Non sarà il populismo, con la sua dose di indignazione e bufale a farlo; l’unica via d’uscita è riparare una democrazia rappresentativa consumata e rotta nel suo meccanismo fondamentale, il cittadino informato.

Ivana Di Carlo

Bibliografia:

[1] Da Il Foglio, edizione online, 3/11/2016, ultima visita 9/11/2016, “I servi sciocchi delle procure – Il flop della Trattativa è l’occasione giusta per mettere sotto processo larga parte del sistema mediatico”, di Giovanni Fiandaca, http://www.ilfoglio.it/politica/2016/11/03/calogero-mannino-trattativa-stato-mafia-circo-mediatico-giudiziario___1-v-150390-rubriche_c128.htm

[2] Da “Il Post”, sito online di informazione, 6/7/2016, ultima visita 9/11/2016, “La storia di Ilaria Capua – Una delle più famose ricercatrici italiane è stata prosciolta dall’accusa di aver diffuso ceppi di influenza aviaria per guadagnare dalla vendita dei vaccini”, http://www.ilpost.it/2016/07/06/ilaria-capua-prosciolta/

[3] Da Vox, sito di informazione online, 9/11/2016, ultima visita 9/11/2016, “Media obsession with a bullshit email scandal helped Trump to the White House” di Matthew Yglesias http://www.vox.com/policy-and-politics/2016/11/9/13570724/media-obsession-emails

[4] dal New York Times, edizione online, 6/11/2016, ultima visita 9/11/2016, “Media’s Next Challenge: Overcoming the Threat of Fake News” di Jim Rutenberg http://www.nytimes.com/2016/11/07/business/media/medias-next-challenge-overcoming-the-threat-of-fake-news.html

[5] Da “Il Post”, sito online di informazione, 6/11/2016, ultima visita 9/11/2016, traduzione di un articolo di Margaret Sullivan per il Washington Post, “Come regolarsi con l’informazione online”, http://www.ilpost.it/2016/11/06/notizie-fonti-online/

[6] da “Il Foglio”, edizione online”, 5/10/2016, ultima visita 9/11/2016, di Luciano Capone, “Su Stamina, vaccini e false cure contro il cancro, “Le Iene” sono anche peggio della Brigliadori”

http://www.ilfoglio.it/cronache/2016/10/05/iene-brigliadori-stamina-vaccini-e-false-cure-contro-il-cancro-il-programma-anche-peggio-della-shiowgirl___1-v-148635-rubriche_c821.htm

Redazione

One Comment

  1. Scriveva Altan: “I fatti, arcaismo ormai in disuso”.
    Ai fatti, arcaico retaggio del Novecento e del Web 1.5 (quello in cui tutti o quasi hanno accesso alla rete, ma sono messi in condizione di discernere fra Leggo e Lercio, per dire), ci hanno fatto sostituire le parole, sia pur col mezzo stampa del tweet o del commento stringatissimo e fintamente volutamente profondo.
    Chi è, oggi, il primo a disinformarci? Siamo noi.
    Piantiamola di “condividere” stupidaggini e immagini che riportano contenuti palesemente falsi e vedrete che la ruota comincerà a girare come avrebbe dovuto. Continuiamo come stiamo facendo e saremo sempre più rincretiniti.

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