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Leggere dentro

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Mi piace iniziare questo breve resoconto della mia esperienza come volontaria bibliotecaria presso la Casa Circondariale di Monza con un piccolo aneddoto: qualche anno fa, mi trovavo a un colloquio di lavoro per una posizione di educatrice di centri diurni per disabili.

Accanto a me, avevo altre due candidate e davanti a noi, troneggiavano due figure austere: una psicologa e una responsabile delle risorse umane che, senza l’accenno di un sorriso, ci tempestavano di domande di ogni sorta.

Ad un certo punto, era il mio turno di rispondere, le due selezionatrici mi domandarono: “Qual è il luogo dove ha lasciato il suo cuore?”.

Le mie “rivali” avevano risposto poco prima, citando località esotiche o isole greche.

Io, risposi di getto “la biblioteca del carcere di Monza”.

É una risposta che tuttora sento profondamente vera e mia.

Ormai, è trascorso un anno e mezzo dalla conclusione della mia esperienza di volontariato in carcere ma il ricordo di questo pezzetto così speciale e importante della mia vita è ancora vivo e risplende in me, con la stessa emozione ed entusiasmo del primo giorno. Ho avuto l’onore di essere per un anno, fino all’Aprile del 2015, la bibliotecaria della sezione femminile della Casa Circondariale di Monza e se ci ripenso, non riesco  a non sorridere e a non sentirmi grata per l’esperienza vissuta.

E con esperienza vissuta non mi riferisco tanto al fatto di aver imparato a catalogare i libri con la famosa classificazione Dewey o a sistemarli in ordine alfabetico e di argomento, su quegli scaffali grigi, polverosi, così instabili. Mi riferisco in particolare ai volti, agli occhi, agli sguardi, alle storie ascoltate e condivise di quelle donne recluse che abitualmente chiamiamo “detenute”. Ecco, mi piacerebbe scattare una foto di quegli sguardi, che io ho scolpiti nella memoria e nel cuore perché io sento che se voi, anche solo per un istante, scrutaste nei loro occhi, mi capireste quando dico che il carcere ti cambia, cambia il modo in cui guardi alle cose e alla vita. Cambia la tua prospettiva su chi è dietro quelle mura: da reati che camminano e che meritano di stare “rinchiusi per sempre e buttiamo via la chiave!”, ti ritrovi a vedere delle persone, semplici persone come te.

Persone che hanno una famiglia fuori, dei figli che li aspettano, un marito/compagno/fidanzato che le ama oppure che le ha usate e ha giocato con i loro sentimenti.

Persone che sono cadute, sono state ferite dalla vita, hanno sbagliato e hanno tentato di rimediare oppure no.

Persone con una loro dignità e con lo sguardo fiero, oppure tristi e schive, deluse dalla vita e dalle violenze subite.

Eppure, persone ancora in grado di rivolgerti un sorriso e di chiederti “come stai?”, nonostante le loro profonde sofferenze, il loro essere lì, lontane dai loro affetti, dalle loro vite, da loro stesse.

Per due volte alla settimana, per un anno, ho trascorso accanto a queste donne ore preziose, durante le quali, oltre a consigliare e ricevere consigli di letture per alleggerire tutte quelle ore chiuse in cella, abbiamo condiviso sorrisi, caramelle e cioccolato, emozioni, pensieri e tristezze. Abbiamo creato in quei pochi metri quadri, in quella stanzetta con le pareti verdi e le sbarre arrugginite alle finestre, un ambiente familiare, uno spazio dentro ma lontano, anche solo per qualche istante, dalla negatività e dai brutti pensieri. E ci siamo ritrovate, con quella solidarietà tipica femminile, sedute attorno a un tavolino scricchiolante, a guardarci negli occhi e a darci il tempo per conoscerci e fidarci sebbene le nostre vite e i nostri percorsi esistenziali fossero così diversi.

Quando inizi a fare volontariato in un luogo, parti dal presupposto e dall’idea, un po’ arrogante, che puoi insegnare qualcosa ed aiutare le persone che incontrerai, i così detti utenti. Ecco, dopo qualche tempo, ti accorgi che ti sbagliavi: sono loro ad insegnare a te e non il contrario.

Dietro le sbarre, in biblioteca, ho avuto l’immenso piacere di confrontarmi con giovani donne tossicodipendenti, con la passione per la lettura, che mi hanno incantata, recitando poesie a memoria.

Ho conosciuto donne che venivano da paesi lontani, colpiti da guerre e povertà, che con una dignità profonda scrivevano in cella il loro curriculum vitae per trovare un lavoro all’uscita dal carcere.

Ho conosciuto donne madri che riuscivano a sopravvivere a quell’inferno che è la detenzione, solo pensando ai loro figli fuori.

Ho conosciuto donne che si proclamavano innocenti, dentro per un errore di altri.

Ho conosciuto donne che si mostravano pentite dell’accaduto e che dicevano che una volta uscite di lì, avrebbero cambiato vita.

Forse erano sincere. O forse no.

Ho conosciuto anche donne che erano fiere dei reati commessi e che li sbandieravano come se fossero medaglie da esposizione.

E infine, ho conosciuto anche donne che mi hanno sorpresa, stupita, spiazzata: donne che non avevano mai letto un libro prima della detenzione, e che durante un gruppo di lettura organizzato in biblioteca, quando ho finito di leggere un capitolo del libro “Dieci donne” di Marcela Serrano, hanno esclamato a gran voce: “Minchia, questo libro parla proprio di me e della mia vita!”.

Ecco, il mio grazie va a tutte le donne che ho incontrato in carcere, durante il mio anno di volontariato, perché mi hanno insegnato qualcosa che non ha a che fare con materie scolastiche o grandi questioni esistenziali, ma che è molto più prezioso e che non può essere detto con le parole ma solo sentito con il cuore.

Lo stesso cuore che mi ha fatto rispondere così di getto, quel giorno, a quel colloquio di lavoro “la biblioteca del carcere di Monza”.

Michela Ebbing

Redazione

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