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L’Economia e i suoi usi impropri

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(Per il lettore: sia nel senso dell’uso del termine economia e del relativo aggettivo sia nel senso di comportamenti scorretti)

Il mondo è un’entità così sfuggente, liquida (prendendo in prestito l’aggettivo dal sociologo Zygmunt Bauman), che tentiamo ogni giorno di catturare all’interno di categorie per cercare di comprenderlo. Proviamo, dunque, a discriminare tra cause e concause, tra colpevoli e vittime. Aspetti di esso così isolati nella nostra analisi quotidiana, così alienati dalla massa oceanica che è il mondo, fermi od immortalati in modo più o meno preciso nel continuo scorrere delle loro azioni, ricevono in base ad esse un ruolo, come agli attori viene assegnata una parte. Ed ecco che ad attori quali l’Economia viene spesso assegnata la parte del cattivo in quanto “si presta tanto bene”. Ma chi è, davvero, l’Economia?

Sentiamo ogni giorno parlare di Economia ed ogni giorno ne parliamo tanto da considerarla ormai così familiare da non rappresentare più per noi un oggetto di interesse degno di approfondimento. Come scrive l’economista Dani Rodrik in Ragioni e torti dell’economia: “Ciò che i non economisti solitamente sentono dell’economia suona come un unico e un po’ monomaniaco inno ai mercati, alla razionalità e al comportamento autointeressato.” Appare come una materia lontana e gretta o, come la definì il saggista Thomas Carlyle, “una scienza triste”.

Iniziamo dunque a comprendere cosa si intende con Scienza Economica. La Scienza Economica è una disciplina che si occupa dello studio dei processi di produzione e consumo di beni e servizi di Stato, Regioni, Comuni, etc. Essa si divide in due rami importanti: l’Economia Politica e la Politica Economica.

Il ramo dell’Economia Politica è il ramo positivo che si occupa di ricercare “ciò che è”; si occupa, quindi, di identificare delle tendenze, ovvero delle regolarità all’interno dei vari contesti del mondo delle attività economiche nel tentativo di comprendere come quest’ultimo funzioni. Una volta identificata una regolarità, l’economista cercherà di capire se si tratta di una mera coincidenza o se tale regolarità è segnale di una dinamica che avviene sempre in una particolare circostanza, ovvero date specifiche condizioni. In caso affermativo, provvederà alla formulazione di una legge che afferma “Supponiamo di avere una situazione in cui…, allora…”. (Una nota battuta sugli economisti dice che “L’economista è l’individuo che vede qualcosa funzionare in pratica e si domanda se funziona anche in teoria”.) Per esempio, un concetto noto in economia è la Curva di Phillips. Analizzando l’inflazione basata sui salari e l’andamento della disoccupazione tra il 1861 ed il 1957, l’economista Alban W. Phillips identificò una regolarità, ovvero notò che a livelli alti di disoccupazione corrispondevano livelli bassi di inflazione, e viceversa, che ad alti livelli di inflazione si accompagnavano bassi livelli di disoccupazione. Questa tipologia di relazione sussisteva per tutto il periodo considerato, e con Curva di Phillips si intende la rappresentazione grafica di tale relazione. Possiamo pensare a Phillips come esempio di Economia Politica: osservò una regolarità nella realtà empirica – ovvero i dati relativi ai livelli di disoccupazione e inflazione nel periodo considerato –, l’analizzò dal punto di vista teorico e, trovando il teorema consistente, indicò l’esistenza di questa dinamica o relazione nel mondo economico.

(Per curiosità del lettore: la Curva di Phillips subì un brutto colpo negli anni Settanta, nel periodo della cosiddetta stagflazione, ovvero quando ad alti tassi di inflazione si accompagnavano alti tassi di disoccupazione.)

L’Economia Politica non ha una sostanza valoriale essendo un metodo di analisi il più possibile oggettivo delle dinamiche osservabili in una determinata situazione economica. Nella neutrale osservazione di Economia Politica di Phillips molti videro una scelta veloce di Politica Economica: per avere livelli bassi di disoccupazione si riteneva fosse sufficiente aumentare i livelli di inflazione. Il passaggio da Economia Politica a Politica Economica è, però, degno di attenzione. Prima di approfondirlo, scopriamo l’altro ramo della Scienza Economica, ovvero la Politica Economica.

Il ramo della Politica Economica rappresenta il ramo normativo, che si occupa di ricercare il “dover essere” o “ciò che vorremmo che fosse”. Si serve quindi delle leggi dell’Economia Politica per raggiungere un certo obiettivo. Ritornando all’esempio della Curva di Phillips: grazie all’analisi di Economia Politica so che vi è una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione, ovvero, so che ad alti livelli di inflazione corrispondono bassi livelli di disoccupazione. Il mio obiettivo è di abbassare la disoccupazione; scelgo dunque di favorire l’aumentare dei livelli di inflazione. Per inciso: non fu Phillips a consigliare questa decisione a contemporanei e futuri policy maker; la decisione di favorire l’inflazione per mantenere bassa la disoccupazione è una scelta politica basati su specifici valori del policy maker. Quest’ultimo decide di ignorare le importanti conseguenze derivanti da alti livelli di inflazione per raggiungere il suo obiettivo di bassa disoccupazione. Bisogna sottolineare che dall’analisi oggettiva di Phillips emerge un’altra alternativa: aumentare la disoccupazione per abbassare i livelli di inflazione. La scelta tra le due alternative è una scelta basata esclusivamente su premesse di valore.

Per comprendere meglio questo passaggio da Economia Politica a Politica Economica spostiamoci sul campo della medicina. I modelli economici che spiegano le dinamiche oggettive che avvengono in particolari contesti nel mondo delle attività economiche sono come un veterinario che fa una radiografia al nostro cagnolino e fa la diagnosi di una malattia grave. Il dottore, proprio come l’Economia Politica, ci mostra “ciò che è”, per esempio che il nostro adorato animale domestico ha gravi problemi di respirazione o che il suo cuore non funziona molto bene. Scegliere cosa fare “per farlo stare meglio” può comportare una scelta tra cure pesanti che potrebbero non funzionare, cure palliative per ridurne le sofferenze o la decisione di sopprimerlo; quale alternativa scegliamo dipende da noi, dai nostri valori e convinzioni. Nel linguaggio dell’economia, in questa situazione saremmo nel campo della Politica Economica. Possiamo passare dall’Economia Politica (“ciò che è”, ovvero la radiografia e relativa diagnosi) alla Politica Economica (“ciò che vorremmo fosse”) soltanto poggiando su robuste basi di Economia Politica.

Lo spartiacque, il limite fino al quale un economista può spingersi nel valutare una situazione, è rappresentato dal concetto di efficienza di Pareto, che deve il suo nome all’economista italiano Vilfredo Pareto. Si raggiunge una situazione di efficienza paretica (o l’ottimo paretiano) quando non si può aumentare il benessere di qualcuno senza peggiorare la condizione di un altro. Se una situazione non può essere migliorata in questi termini, allora è da considerarsi Pareto efficiente.  L’introduzione di questo concetto è dovuta alla volontà di Pareto di separare l’economia da considerazioni morali e politiche di modo che l’economista potesse dare consigli come uno scienziato: “Tale questione è soggetta a considerazioni morali e io sono soltanto un economista, ma in quanto tale posso dirvi se la situazione è ottimale o meno.” L’ottimo di Pareto è diventato la condizione minima che una proposta di policy deve rispettare al fine di essere presa in considerazione. Un esempio chiarificatore è il seguente estratto dal libro L’economia spiegata a un figlio dell’economista Fabrizio Galimberti: “L’economia è una scienza senza valori: il che non vuol dire che bisogna vivere senza valori. Ma i valori ce li dovete mettere voi, ce li dobbiamo mettere tutti noi, perché abbiamo anche altri cappelli e non solo quello dell’economista. L’economista si limita a dire: dal punto di vista del dare e dell’avere, questa miniera bisogna chiuderla: il carbone brasiliano o quello cinese o quello australiano costano di meno, i costi di questa miniera sono superiori ai ricavi e non ci sono più soldi per pagare i salari. Poi, se la comunità la vuole tenere aperta, padrona di farlo […]. Ma il mio ruolo è quello di farvi capire quanto costa tenerla aperta; il mio ruolo è quello di dipanare la mia matassa e far emergere tutto il dare e tutto l’avere, quello evidente e quello nascosto.”

Abbiamo visto, dunque, che generalmente l’economista si limita a descrivere la situazione per fornire delle solide basi di Economia Politica a coloro che si devono occupare della Politica Economica. Per comprendere l’uso opinabile che può essere fatto delle leggi dell’Economia Politica vale la pena leggere un estratto dal libro Ragioni e torti dell’economia dell’economista Dani Rodrik: “Due ben noti economisti, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, nel 2010 pubblicarono un articolo […] (che) sembrava indicare che livelli di debito pubblico superiori al 90 per cento del PIL costituissero impedimenti significativi alla crescita economica. Politici conservatori […] si aggrapparono a questo articolo per giustificare il loro continuo richiamo a una maggiore austerità fiscale. Benchè l’interpretazione data da Reinhart e Rogoff dei propri risultati fosse notevolmente più cauta, l’articolo divenne la prova regina nell’argomentazione dei conservatori in campo fiscale a favore della riduzione della spesa pubblica nonostante la recessione economica. Allora, uno studente che stava preparando la sua tesi di PhD all’University of Massachusetts di Amherst, Thomas Herndon, fece quello che si presume gli studiosi dovrebbero fare abitualmente: replicare il lavoro degli altri e sottoporlo a critica. […] Herndon identificò alcune scelte metodologiche […] che facevano dubitare della robustezza dei loro risultati. E, cosa ancora più importante, anche se permaneva una correlazione negativa tra i livelli di debito e la crescita, l’evidenza a sostegno della soglia del 90 per cento appariva debole. Infine, […] quella stessa correlazione avrebbe potuto essere il risultato di bassa crescita che porta a un alto indebitamento piuttosto del contrario. Quando Herndon pubblicò la sua critica, […] scoppiò il finimondo. Poiché la soglia del 90 per cento era diventata politicamente rilevante, anche la sua successiva demolizione ha acquistato un ampio significato politico. Reinhart e Rogoff contestarono vigorosamente le accuse avanzate da molti commentatori di essere stati consapevolmente, se non deliberatamente, parti di un inganno politico. […] Nonostante le loro proteste, furono accusati di aver fornito una copertura scientifica a un insieme di politiche economiche a favore delle quali vi era in realtà un’evidenza limitata.” Povera Economia Politica che viene accusata per scelte di Politica Economica!

Spostandoci ora sul piano dell’agire in Politica Economica, riporto la definizione data in Storia economica di Max Weber: “Chiamiamo economico un agire, in quanto orientato ad ottenere prestazioni d’utilità desiderate o possibilità di disporre di esse.” L’agire economico, però, non si muove sempre su livelli eticamente elevati. In particolare, ciò non accade quando viene posto in essere l’approccio descritto da Erich Fromm in La rivoluzione della speranza: “Il primo principio (del sistema tecnologico, ndA) è costituito dalla massima che una cosa deve essere fatta perché tecnicamente possibile. […] Questo principio rappresenta la negazione di tutti i valori elaborati dalla tradizione umanistica, per la quale una cosa andava fatta in quanto necessaria all’uomo, al suo sviluppo, alla sua felicità e alla sua ragione, perché bella, buona e vera. Se si accetta il principio che qualcosa va fatto perché tecnicamente possibile, tutti gli altri valori vengono messi da parte e lo sviluppo tecnologico diventa il fondamento dell’etica.” Fromm pone sotto osservazione un fondamento etico che pare (anzi, rischia) di impregnare ogni categoria. La massima valoriale “Se è tecnicamente fattibile e profittevole, devo farlo” serpeggia tra gli individui che operano nel campo dell’economia – e non solo, rischiando così di diventare un male endemico dell’intera massa fluida del mondo.

Vediamo un esempio del comportamento evidenziato da Fromm concentradoci sul concetto di esternalità proveniente dal ramo dell’economia del benessere. Con questo termine si designano gli “effetti collaterali su terzi dovuti all’attività di produzione o di consumo”, come riportato nel manuale Elementi di Economia degli economisti John Sloman e Dean Garratt. Tali ‘effetti collaterali’ possono essere benefici o dannosi: un esempio di esternalità negativa di consumo è l’utilizzo dell’automobile che “dà luogo a esternalità negative quali gli scarichi, il traffico, il rumore ecc., che riducono il beneficio marginale dell’intera società rispetto al beneficio marginale privato dell’automobilista”; un esempio di esternalità negativa di produzione, invece, si ha “quando un’azienda chimica scarica rifiuti in un fiume o inquina l’aria, la comunità sopporta dei costi aggiuntivi rispetto a quelli privati sostenuti dall’impresa stessa per svolgere la sua attività.” La categorizzazione delle esternalità è possibile grazie all’Economia Politica e fornisce una visione chiara al legislatore che intende regolamentare tali comportamenti. La questione che si pone come oggetto di riflessione è, perciò, la seguente: internalizzando le esternalità si perde in competitività? Generalizzando: bisogna accantonare l’etica per restare competitivi e profittevoli? Ed è qui il passaggio alla Politica Economica: se intendiamo restare profittevoli, cosa dobbiamo fare? Nell’esempio di un’azienda chimica che scarica i rifiuti in un fiume, internalizzare l’esternalità significa creare una serie di impianti che permettano di ripulire l’acqua. Se il principio di valore del proprietario dell’azienda è quello etico per cui al primo posto viene posta la salvaguardia della salute dei cittadini e dell’ambiente, allora internalizzare l’esternalità è la decisione da prendere. È indubbio che questa decisione sarà causa di maggiori costi per l’azienda, la quale precedentemente usufruiva gratuitamente della possibilità di eliminare i suoi rifiuti nel fiume. Inoltre, è probabile che l’azienda in questione si trovi in difficoltà a competere con altre che invece decidono di non internalizzare le proprie esternalità – e ciò si ricollega alla proposta controversa negli anni Venti dell’economista Arthur C. Pigou di introdurre una tassa che obblighi l’impresa a “pagare una somma pari al danno sociale dovuto all’esternalità negativa che genera”. Il vero problema è dunque l’etica nei rapporti commerciali perché le decisioni di Politica Economica vengono prese esclusivamente sulla base di premesse di valore. E se una parte degli operatori in ambito economico si comporta in modo scorretto – come l’azienda chimica che coglie l’occasione di liberarsi dei rifiuti nel fiume vicino –, la conseguenza è un livellamento verso il basso degli standard etici.

Una mia nota personale: è raro trovare nelle schede corsi delle lauree di management o di economia una materia che possa vagamente trattare di etica. Al massimo la si trova come materia opzionale oppure si trova un corso – sempre facoltativo – dedicato alla corporate social responsibility.

Concludo citando un passaggio di Galimberti: ”L’economia in sé non ha valori. I valori, ho detto, ce li dobbiamo mettere noi. Vuol dire che l’efficienza, questa  «parola d’ordine»  dell’economista, potrebbe servire qualsiasi padrone, da un governo illuminato a un bieco e sanguinario dittatore? No, l’economia sarà senza valori, ma frequenta buone compagnie. Ed è consolante sapere che un sistema economico funziona meglio quando si accompagna alla democrazia e alla collaborazione.”

Silvia Brumana

Note bibliografiche:

Fromm, Erich: La rivoluzione della speranza. Il manifesto per una società umanistica. Etas Libri, 1978.

Galimberti, Fabrizio: L’economia spiegata a un figlio. Editori Laterza, 2013.

Rodrik, Dani: Ragioni e torti dell’economia. Università Bocconi Editore, 2015.

Sloman, John e Dean Garratt: Elementi di Economia. Il Mulino, 2010.

Weber, Max: Storia economica. Linee di una storia universale dell’economia e della società. Donzelli Editore, 2007.

Redazione

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