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La vita “dietro le sbarre” e la musica

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La condizione del carcerato e la vita nei luoghi di detenzione sono esperienze che spesso hanno interessato esponenti delle diverse forme d’arte. Anche nel mondo della musica italiana, la realtà del carcere è stata cantata da artisti appartenenti a periodi storici e a generi molto differenti.

Nel vasto ambito della musica popolare, ad esempio, troviamo canzoni sul carcere sia nella tradizione musicale milanese nella quale spicca “Ma Mi”, brano scritto da Giorgio Strehler e reso famoso da Ornella Vanoni e Enzo Jannacci. Sia in quella napoletana con  esponenti di rilievo della scena neomelodica passata e contemporanea tra cui ricordiamo, tra i pezzi più importanti, “Carcerato” di Mario Merola.

Come sempre avviene per le principali questioni sociali che la società italiana si trova ad affrontare è il cantautorato l’ambito musicale che destina più spazio ed energie alla tematica del carcere e della giustizia.

Fabrizio De Andrè è il più completo nell’analizzare la realtà della detenzione in tutte le sue sfumature da quelle più tragiche a quelle più singolari e grottesche. La “Ballata del Michè” è il primo brano scritto dal cantautore genovese nel 1961 e pubblicato nel 1963, e racconta la tragica storia di un uomo, Miché, che si suicida in carcere dove è detenuto per un omicidio commesso per gelosia sulla sua amata Marì.
Il detenuto, proprio in quanto suicida, non avrà nemmeno diritto al funerale e a una degna sepoltura ma verrà gettato in una fossa comune.
Di questo pezzo, De Andrè disse: “È la prima che ho scritto (da solo) e mi ha salvato la pelle; se non l’avessi scritta, probabilmente, invece di diventare un discreto cantautore, sarei diventato un pessimo penalista”. In questa canzone, infatti, si individua il profondo amore di De Andrè per la giustizia e la sua inconfondibile inclinazione al rispetto e alla tolleranza per le frange più deboli della popolazione.

Più contemporaneo e con un taglio maggiormente irriverente è Don Raffaè, brano del 1990, in cui il cantautore genovese racconta efficacemente e in pochi tratti il rapporto tra la guardia carceraria Pasquale Cafiero e un boss della camorra, don Raffaè, il cui confine tra l’amicizia e la complicità è decisamente labile.
La canzone, il cui testo è stato scritto dallo stesso De Andrè e da Massimo Bubola mentre è stata musicata da Mauro Pagani, è cantata in napoletano per dare maggiore colore alla vicenda narrata nel testo. Ma anche per confermare il profondo lavoro sui testi dialettali, a cui il cantautore genovese si dedicò negli ultimi anni della sua carriera. Sul piano tematico l’aspetto spiazzante di questo pezzo è che non tocca in nessun modo la natura tragica della detenzione ma sottolinea, invece, con la consueta ironia, quanto le dinamiche di potere avessero un ruolo rilevante anche all’interno del carcere.

Sempre nel contesto della canzone d’autore, è da segnalare “La Casa in Riva al Mare” di Lucio Dalla, brano in cui l’autore si concentra soprattutto sul sogno di libertà che attraversa le fantasie di un detenuto innamorato.
Un altro esempio di brano d’autore sul carcere è “In prigione, in prigione” di Edoardo Bennato, che tratta l’argomento della detenzione di innocenti e deboli, con uno stile tra il sermone e l’invettiva.

Per quanto riguarda invece la condizione di dolore e di solitudine dei detenuti, un brano particolarmente significativo è “Sole Spento” dei Timoria. Il pezzo è stato scritto da Omar Pedrini, secondo indiscrezioni, a seguito di una lettera ricevuta da un detenuto. In questo brano, Pedrini pone l’accento sulla solitudine del carcere, soprattutto in relazione alla consapevolezza che oltre le sbarre c’è una vita che continua a scorrere e di cui il detenuto è privato.

Nell’ambito della canzone italiana contemporanea e indipendente, sono degni di nota il pezzo di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz “Canzone In Prigione”, incluso nella colonna sonora della commedia musicale “Tutta Colpa di Giuda”, e “Scendi Giù” di Alessandro Mannarino, brano focalizzato sul delicato tema degli omicidi in carcere, che l’anno scorso ha vinto il premio di Amnesty International Italia.

La mia riflessione finale su questo tema nasce da un fatto reale: da qualche anno è stato attivato, presso il carcere di Opera, un laboratorio di liuteria dove alcuni detenuti si formano e apprendono l’antica arte di costruire violini come modalità di rieducazione e di ricollocamento nella società. Un’esperienza innovativa come questa mi permette di dire che davvero la musica possa salvare dal baratro e possa  traghettare la vita del detenuto verso la libertà.
La libertà è ciò cui anelano sia i carcerati delle narrazioni presenti nelle canzoni d’autore, sia i detenuti che si impegnano a costruire violini accostandosi ad un antico mestiere che permetterà loro di avvicinarsi a una vita nuova, una volta fuori dal carcere.
La musica, a vari livelli, ci porta proprio a quella libertà di cui cantava Gaber la quale, attraverso la partecipazione, ci rende cittadini migliori e che si realizza solamente con la forza della ragione.

Letizia Marzorati

Sitografia

http://www.lundici.it/2013/10/11-canzoni-dentro-la-gabbia/

http://www.anordestdiche.com/scendi-giu-mannarino-vince-il-premio-amnesty-international-con-la-sua-canzone-sulle-morti-in-carcere/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/canzone-in-prigione-%E2%80%93-le-battaglie-dei-radicali/278949/
http://www.casadellospiritoedellearti.org/laboratori-musicali-dentro-il-carcere-di-opera/

http://www.famigliacristiana.it/articolo/violini-opera-carcere.aspx

Redazione

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