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Il lato oscuro dei Lumi

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1786. Jeremy Bentham, celebre filosofo e riformatore politico inglese, passato alla storia come il fondatore dell’utilitarismo, si reca a Cretcheff, nella Russia meridionale, per far visita al fratello Samuel, ingegnere di successo, che all’epoca dirigeva uno stabilimento manifatturiero nella regione per conto del principe Potemkin, fedelissimo di Caterina La grande. Il viaggio si rivelò decisivo per Jeremy; fu qui infatti che egli partorì il progetto che lo ossessionò per una vita intera: il Panopticon.

A dire il vero l’idea originaria fu di Samuel e doveva rispondere alla necessità di rendere più efficiente la produzione nello stabilimento alle sue dipendenze, disciplinando la manodopera, a quanto pare parecchio insubordinata, attraverso una sorveglianza continua e una migliore organizzazione dello spazio. Il principio era tanto semplice quanto geniale: per sorvegliare una massa d’uomini non è necessario controllare effettivamente in ogni istante ogni loro gesto; basta fare in modo che essi abbiano motivo di sentirsi costantemente sorvegliati. Il progetto architettonico del Panopticon consente di tradurre questo principio in pratica. L’intuizione di Samuel verrà ripresa dal fratello, divenendo la base del più influente progetto di prigione dell’epoca moderna. Agli occhi del filosofo inglese dalla fabbrica alla prigione il passo è breve: si tratta in entrambi i casi di inquadrare una moltitudine umana all’interno di una ferrea disciplina.

Il piano architettonico del Panopticon prevede la presenza di una torre centrale, circondata da una costruzione ad anello: la torre è dotata di larghe finestre, che si aprono verso la facciata interna dell’anello; quest’ultimo è diviso in celle, separate da pareti divisorie, e dotate ciascuna di due finestre, delle quali una si apre verso l’interno, in direzione della torre, l’altra verso l’esterno dell’edificio, consentendo così alla luce di attraversare la cella, in modo da garantire piena visibilità (cfr. Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, Marsilio, Venezia 2009 pp. 37-40). Se poniamo un prigioniero in ogni cella e un sorvegliante nella torre centrale, il gioco è fatto: i prigionieri non possono vedersi né comunicare fra loro, a causa delle pareti divisorie, mentre ciascuno di loro risulta pienamente e costantemente visibile all’occhio del guardiano, che occupa la torre di sorveglianza. A questo punto non è neppure  necessario che il guardiano sorvegli effettivamente in ogni momento i prigionieri: le finestre della torre infatti sono munite di alte persiane che impediscono ai prigionieri di vedere cosa accada al suo interno; dunque i sorvegliati non vedono il sorvegliante, essendo al contrario potenzialmente visibili in ogni istante.

Vedere senza essere visti: quella che Bentham chiama “l’apparente onnipresenza dell’ispettore”, simile all’occhio divino che vede ogni cosa e scruta perfino nelle anime, ha l’effetto di indurre il prigioniero ad auto-disciplinarsi, interiorizzando l’istanza della coercizione (ivi, p. 48). Ciò garantisce il massimo risultato con il minimo dispendio di risorse: in pratica, sembra dire Bentham, una volta immessi in questo dispositivo, i prigionieri si sorvegliano da sé.

Bentham è convinto di aver trovato “l’uovo di Colombo”: non semplicemente il modello di una nuova prigione, più ordinata e meglio funzionante, ma una soluzione semplice ed economica a quell’esigenza di razionalizzazione della società, mediante la gestione disciplinata della popolazione, che stava al centro dei progetti di riforma del suo secolo; un modello da applicare ogniqualvolta si tratti di gestire e di ordinare una massa di uomini in maniera efficiente e produttiva; un piano per riformare tutte le istituzioni di educazione, di assistenza, di lavoro,  a partire dalla prigione, passando per il manicomio, la fabbrica e l’ospedale, fino alla scuola. (ivi p. 103). Il Panopticon consentirebbe insomma di aprire “un nuovo scenario sulla società civilizzata”, incarnerebbe il sogno illuministico di una società perfettamente razionale:

«La morale riformata, la salute preservata, l’industria rinvigorita, l’istruzione diffusa, le cariche pubbliche alleggerite, l’economia stabile come su di una roccia, il nodo gordiano delle leggi d’assistenza pubblica, non tagliato, ma sciolto tutto questo con una semplice idea architettonica » (ivi, p. 33).

Bentham pubblica il Panopticon nel 1791, prima a Dublino, poi a Londra. Da questo momento in poi la realizzazione del progetto diventa per lui una vera e propria ossessione: lo invia all’Assemblea costituente francese, allora impegnata a discutere, tra le altre cose, la riforma del sistema penale, chiede persino al primo ministro inglese, Pitt il Giovane, di poter assumere egli stesso, in prima persona, la direzione di un istituto penitenziario, realizzato secondo il modello panoptico, e, vedendo frustrate le proprie aspettative, arriva al punto di investire parte dell’eredità paterna nell’acquisto di un terreno dove costruire il carcere, finendo in rovina. Il progetto di Bentham non sarà mai realizzato nella sua compiutezza; ciononostante il panoptismo, nelle sue linee essenziali, diverrà, dopo il 1820, il principale modello ispiratore per la costruzione di penitenziari in Europa e negli Stati Uniti (sulla fortuna del Panopticon si veda Perrott M., L’ispettore Bentham, in Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, Marsilio, Venezia 2009,  pp. 122-140).

Nel 1975, a quasi due secoli di distanza dalla sua pubblicazione, il Panopticon torna prepotentemente al centro del dibattito pubblico, grazie alla celebre opera di Michel Foucault sulla prigione, Sorvegliare e punire. L’interesse di Foucault per la problematica carceraria non è puramente speculativo, ma sorge nel solco del suo attivismo politico all’interno del G.I.P., il Grupe d’Informations sur les Prisons, fondato dallo stesso Foucault e dal compagno Daniel Defert e attivo fra il 1970 e il 1972. Il gruppo, al quale aderì fra gli altri anche Gilles Deleuze, nasce in occasione dello sciopero della fame di alcuni militanti maoisti, incarcerati in seguito alle proteste del ’68, e si prefigge come obiettivo la costituzione di una commissione d’inchiesta sulle condizioni di vita dei detenuti nelle carceri francesi. É in questo contesto che Foucault matura l’interesse per una ricostruzione storico-genealogica dell’istituzione carceraria, guidata dal seguente interrogativo di fondo: “da dove viene la singolare pretesa di rinchiudere per correggere?” Una pretesa che a noi pare del tutto naturale e scontata, ma che proprio per questo deve essere interrogata a fondo, se è vero, come scriveva Nietzsche, autore particolarmente caro a Foucault, che “il noto e l’abituale è anche ciò che è più difficile a conoscersi” (cfr. Nietzsche F., La gaia scienza, Adelphi, Milano 1964, p. 274).

Il periodo storico su cui si concentra maggiormente l’analisi foucaultinana è proprio quello in cui scrive Bentham: gli anni della prima rivoluzione industriale, tra la seconda metà del ‘700 e i primi decenni dell’800, gli anni in cui si compie la transizione alla cosiddetta “seconda modernità”, anni segnati dal dibattito sulla riforma del sistema penale, in cui il modello carcerario viene faticosamente ad imporsi sull’antico sistema dei supplizi e delle punizioni corporali. La storiografia tradizionale ha largamente insistito sul ruolo giocato in questo passaggio dai grandi riformatori e filantropi, Beccaria in primis, e dalla loro battaglia per rendere “più umane” le pene, attraverso l’abolizione dei supplizi pubblici e delle torture fisiche, che, ancora in pieno Settecento, costituivano il perno dell’architettura penale europea. In realtà, sottolinea Foucault, in questo modo non si spiega affatto l’origine del moderno sistema carcerario. La prigione infatti non solo non è contemplata (se non eccezionalmente) come una maniera di punire nel vecchio sistema dei supplizi, dove tutt’al più viene considerata come un modo per assicurarsi temporaneamente di una persona, ma non compare neppure negli scritti dei grandi riformatori dell’epoca, almeno non come tecnica punitiva fondamentale (cfr. Foucault M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 2011, pp. 124-131).

Al contrario l’idea della carcerazione è esplicitamente criticata dai riformatori, perché incapace di rispondere in maniera specifica alle varie tipologie di delitto, perché è un modo di punire nascosto, che non ha effetti pubblici, perché è costosa, difficile da controllare e rischia di sfociare nella tirannia e nell’abuso di potere da parte dei guardiani. Come è dunque stato possibile che in pochi decenni la prigione sia diventata la forma generale del castigo, soppiantando sia i vecchi sistemi punitivi, sia le ipotesi dei riformatori? Da dove proviene la “forma-prigione”? In realtà, nota Foucault, prima della riforma del sistema penale, possiamo trovare qualcosa di analogo alla prigione, non già all’interno dell’apparato giudiziario, ma altrove: si tratta dei meccanismi di coercizione elaborati, a partire dal XVII secolo, nell’ambito di istituzioni quali i collegi, le caserme, gli ospedali, i manicomi, la cui peculiarità risiede nella ripartizione di un insieme di persone in spazi ben definiti e individualizzati e nell’attenzione alla regolamentazione di ogni singolo gesto di ciascun soggetto (ivi, p. 251). Si pensi a questo proposito all’evoluzione della gestione degli eserciti, i quali, durante la prima età moderna, da masse caotiche e “raffazzonate”, divengono moltitudini disciplinate, grazie a istituzioni come le caserme, con la loro regolamentazione ferrea dello spazio e del tempo, e a nuove tecniche di addestramento, che focalizzano l’attenzione sul dettaglio e sulla sorveglianza continua dei gesti (ivi, pp. 177 e seguenti). Tecniche di questo tipo conoscono una diffusione capillare e inesorabile nelle società europee a cavallo fra XVII e XVIII secolo, “colonizzando” progressivamente ambiti sociali apparentemente molto diversi fra loro (istituzioni scolastiche, case d’internamento per “malati di mente”, ospedali, fabbriche), ma in realtà accomunati dalla medesima esigenza di fondo: quella di gestire e irreggimentare masse d’uomini. E’ precisamente qui che dobbiamo cercare il luogo d’origine della prigione: in quelle che Foucault chiama “le discipline”.

In senso globale, scrive Foucault, possiamo definire le discipline “tecniche per assicurare la regolamentazione delle molteplicità umane” ( ivi, p. 237). Si tratta in particolare di meccanismi di potere che operano parallelamente su tre fronti diversi:

  • la gestione dello spazio, attraverso una rigida ripartizione degli individui in spazi predefiniti, isolando ciascun soggetto, assegnandogli una posizione specifica a cui corrisponde un rango ben preciso all’interno di una determinata serie o gerarchia (pensiamo di nuovo all’organizzazione degli eserciti moderni) (ivi, 154-162);
  • la scansione dettagliata del tempo e l’organizzazione minuziosa delle attività collettive, attraverso un controllo costante e capillare dei gesti individuali (pensiamo qui invece alla fabbrica, oppure alla gestione delle attività scolastiche nei moderni istituti educativi) (ivi, 162-170);
  • la definizione di percorsi di formazione individuali che conducano ciascun soggetto, attraverso un sistema di esercizi e prove, ad accrescere la propria produttività, o a migliorare le proprie prestazioni in relazione a compiti dati (il moderno addestramento militare e gli stessi percorsi di istruzione scolastica) (ivi, 170-177).

L’insieme di queste strategie, spiega Foucault, mira a “far decrescere la disutilità dei fenomeni di massa”, tende cioè a neutralizzare quell’elemento di disordine che inevitabilmente viene dall’aggregazione di un gran numero di uomini, scomponendo una moltitudine umana in piccole cellule separate ed autonome; in secondo luogo e positivamente, mira ad addestrare le forze individuali (le singole cellule), massimizzandone le prestazioni, per poi ricomporle ad un livello più alto: quello dell’organizzazione complessiva (ivi, p. 239).

Per Foucault la questione della razionalizzazione dei fenomeni di massa è in definitiva il vero grande problema che sta al centro dei progetti di riforma sociale della seconda metà del’700: si tratta di far fronte ad un aumento demografico senza precedenti, che rende necessarie nuove tecniche di controllo e di coercizione, ma, più profondamente, si tratta di promuovere una gestione della popolazione che risponda al principio economicistico del massimo profitto con la minima spesa. La diffusione delle discipline risponde in un certo senso a questa esigenza fondamentale. La peculiarità del potere disciplinare consiste nel fatto che esso non si limita più, come il vecchio potere sovrano, a soggiogare e a reprimere le forze individuali e collettive, ma al contrario tende a inquadrare le forze sociali al fine di moltiplicarle, così da poterle re-investire secondo finalità date: «[Il potere disciplinare] non incatena le forze per ridurle, esso cerca di legarle, facendo in modo, nell’insieme, di moltiplicarle e utilizzarle» (ivi, p. 186). In questo senso potremmo dire che il potere disciplinare è “la tecnica” del moderno sistema capitalistico; rappresenta cioè in qualche modo la struttura che lo sorregge e lo rende possibile nel suo stesso funzionamento: «la crescita del sistema capitalistico ha richiesto la modalità specifica del potere disciplinare» (ivi, p. 241). Da ciò l’enorme diffusione delle tecniche disciplinari, la loro penetrazione nei settori più diversi della società; in ultimo le discipline finiscono per “impadronirsi” dello stesso sistema penale, mediante l’istituzione del moderno regime carcerario.

La forma-prigione appare dunque legata in profondità al funzionamento stesso della nascente società industriale, basata sul meccanismo delle discipline: in fondo, scrive Foucault, la prigione non è nulla di qualitativamente diverso dalla fabbrica, dalla scuola, dalla caserma; non fa altro che riprodurre, in forma esasperata, la logica che governa queste istituzioni, mediante la divisione analitica dello spazio, la scansione rigida del tempo, la sorveglianza costante dei gesti (ecco spiegato il filo rosso che per Bentham lega la fabbrica alla prigione). In un certo senso la prigione rappresenta anzi l’emblema della società disciplinare nella sua forma più pura e ideale, «essa porta all’intensità massima tutte le procedure che si trovano negli altri dispositivi disciplinari» (ivi, p. 257): parcellizzazione dello spazio, scansione rigida del tempo e delle attività, sorveglianza minuziosa e costante, definizione di percorsi volti alla trasformazione dell’individuo. La prigione insomma è il luogo in cui sperimentare il sogno di una società disciplinare perfetta.

Si spiega così l’entusiasmo, al limite del fanatismo, con cui Bentham annunciava l’invenzione del suo Panopticon,  presentandolo come la soluzione definitiva a tutti i problemi di riforma sociale del suo tempo: se la forma-prigione rappresenta il modello paradigmatico della società disciplinare, il Panopticon rappresenta a sua volta il paradigma della prigione ideale, finalmente ordinata, efficiente, economica e finanche produttiva. Il Panopticon, scrive Foucault «è il diagramma di un meccanismo di potere ricondotto alla sua forma ideale» (ivi, p.224).

L’intuizione fondamentale di Bentham, in particolare, riguarda il ruolo centrale che, nel funzionamento del dispositivo disciplinare, gioca il tema della visibilità: la chiave di volta per un perfetto addestramento dei corpi individuali e per una massimizzazione della loro utilità, è, accanto ad una rigorosa ripartizione dello spazio, l’attuazione di una sorveglianza costante, capillare, minuziosa. Il Panopticon  realizza perfettamente entrambe le istanze, mettendo allo stesso tempo a nudo meccanismi di potere già in atto nelle società dell’epoca, in cui assistiamo alla nascita e alla diffusione dei primi apparati di controllo poliziesco. Quest’ultimi, sorti in un primo momento per iniziativa privata, finiscono per colonizzare le istituzioni statali, sfociando nel moderno apparato di polizia; lo Stato finisce così per diventare “un’istanza di sorveglianza”. Emblematico appare a questo proposito un passo dell’introduzione al Codice napoleonico di istruzione penale (1808), citato da Foucault nel suo corso del ’73 al College de France:

«Potete giudicare come nessuna parte dell’Impero sia priva di sorveglianza; come nessun crimine, nessun delitto, nessuna infrazione resti senza un seguito e come l’occhio del genio che sa tutto animare abbracci l’insieme di questa vasta macchina, senza che neppure il minimo dettaglio possa sfuggirgli» (cfr. Foucault M., La società punitiva. Corso al Collège de France (1972-1973), Feltrinelli, Milano 2016, p. 36).

L’esercizio del potere disciplinare comporta al suo fondo quella che Foucault chiama “un’inversione di visibilità” (cfr. Foucault M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, cit., p. 206). Nell’ancien regime il potere sovrano afferma se stesso essenzialmente rendendosi visibile attraverso manifestazioni eclatanti (lo stesso rituale del supplizio pubblico, in cui il sovrano, per mano del boia, fa letteralmente a pezzi il corpo del criminale, che ha osato sfidarlo, ne è l’esempio più lampante); coloro sui quali si esercita il potere invece rimangono qui perlopiù nell’ombra, o al limite godono della luce riflessa del sovrano. Il potere disciplinare inverte questo meccanismo: esso «si esercita rendendosi invisibile e, al contempo, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatoria» (ivi, p.  205). La visibilità assicura il controllo, il quale a sua volta appare funzionale ad una strategia che mira ad un addestramento del corpo individuale, in vista della sua “normalizzazione”, cioè del suo adeguamento ad una norma data. L’obiettivo ultimo è quello di favorire l’integrazione del singolo nella macchina sociale, facendone un ingranaggio ben funzionante di un sistema complesso, di un dispositivo efficiente che tende a produrre la massima utilità con il minimo dispendio di forze. Questa “inversione di visibilità” segna quel passaggio dalla “civiltà dello spettacolo” alla “civiltà della sorveglianza” che Julius, giurista tedesco, teorizzava già nei primi decenni dell’800: se nelle società antiche e pre-moderne i sistemi architettonici rispondevano fondamentalmente all’esigenza di rendere visibile ad una moltitudine di uomini “lo spettacolo di un piccolo numero di oggetti” (si pensi all’anfiteatro greco o al circo romano), nelle società moderne per la prima volta si fa strada l’esigenza di rendere  accessibile un gran numero di uomini alla vista di  pochi individui (ivi, pp. 235-236). In tal modo la moderna società disciplinare, per la prima volta nella storia, conferisce visibilità “all’individualità qualunque”, da sempre rimasta “al di sotto della soglia di descrizione”: l’individuo emerge qui come oggetto di un dispositivo intrecciato di potere/sapere; come un caso da studiare, come fonte di informazioni da raccogliere mediante una meticolosa osservazione (si pensi alla nascita della psichiatria nell’ambito delle case d’internamento), divenendo così allo stesso tempo bersaglio di un potere che mira a normalizzare, a rendere conforme a determinati modelli normativi, al fine di “fabbricare corpi” più docili e utili (ivi, p. 209).

Viceversa il potere tende qui a farsi sottile, invisibile, anonimo e impersonale: rinuncia alle manifestazioni eclatanti tipiche del vecchio regime per guadagnare maggiore pervasività ed efficacia.

Ed eccoci di nuovo al Panopticon: esso non è semplicemente un progetto di prigione, ma il laboratorio ideale della civiltà di sorveglianza; ne realizza compiutamente il concetto, attraverso un semplice meccanismo, che consente da una parte di rendere il potere anonimo e invisibile, dall’altra di garantire piena e costante visibilità agli oggetti su cui il potere si esercita. Lo stesso Bentham sembra esserne in qualche modo consapevole, teorizzando una sua indefinita applicazione al di fuori dell’ambito prettamente carcerario, facendone profeticamente il modello per una nuova organizzazione sociale. Come intuisce Foucault, di fronte ad un tale modello di società, il vecchio paradigma del potere sovrano si rivela uno strumento interpretativo ormai del tutto inadeguato, obsoleto. Innanzitutto, di contro all’estrema personalizzazione del potere monarchico (“l’état, c’est moi”, amava dire il Re Sole), il potere disciplinare si fa anonimo e impersonale: è irrilevante, scrive Bentham chi prenda posto nella torre centrale, quello che conta è unicamente la funzione di sorveglianza che essa viene a giocare all’interno del sistema complessivo, al punto che tale funzione potrebbe essere all’occorrenza svolta addirittura dai famigliari del guardiano (si veda in proposito Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, cit., p. 47).  Si tratta inoltre di un potere che non si concentra nei soli apparati istituzionali dello Stato, ma pervade la società fin nelle sue minime pieghe; un potere diffuso, tendenzialmente acentrico. Evidentemente anche qui c’è un vertice, ma questo vertice non è più inteso come la sorgente o il principio da cui il potere scaturirebbe (cfr. Barou J.P., Perrott M. (a cura di), Conversazione con Michel Foucault, Marsilio, Venezia 2009, pp. 22-23).

 Il potere disciplinare funziona piuttosto come una meccanismo automatico, in cui tutti sono presi, tanto i governanti quanto i governati, un meccanismo di cui ciascuno è un ingranaggio: il Panopticon “automatizza e deindividualizza  il potere” (Foucault M., Sorvegliare e punire, cit., p. 220). Si tratta infine di un potere che non si limita più, come il vecchio potere sovrano, a soggiogare e a reprimere, ma assume una funzione produttiva: mira cioè a prendere in carico ogni singolo aspetto della vita individuale, a promuovere l’ideale di un’educazione totale, al fine di “fabbricare individui utili” (ivi, p.230). A confronto di altre grandi innovazioni dell’epoca moderna (l’industria, lo sviluppo scientifico, le invenzioni tecnologiche) il panoptismo, scrive Foucault, «è stato poco celebrato»: «non si riconosce in esso più di una bizzarra piccola utopia» (ivi, p.244).

In realtà il Panopticon, secondo la lettura foucaultiana, è lo specchio che riflette il funzionamento nascosto delle nostre società: il sogno illuministico di una “società trasparente”, compiutamente razionale, al tempo stesso “visibile e leggibile in ciascuna delle sue parti” e priva di zone d’ombra, rivela qui paradossalmente il suo lato oscuro e non detto; quel sottile ed onnipervasivo meccanismo di coercizione, che ne assicura silenziosamente il funzionamento e che Foucault denomina “potere disciplinare”. «I Lumi che hanno scoperto le libertà, hanno anche inventato le discipline» (ivi, p. 242).

Quest’ultime rappresentano allo stesso tempo “il sottosuolo” reale e operante che sorregge tacitamente lo stesso sistema delle democrazie rappresentative  borghesi: “la messa a punto di un quadro giuridico esplicito, codificato, formalmente egualitario”, cioè pienamente trasparente e simmetrico, presuppone e nasconde alla sua base le procedure essenzialmente “asimmetriche e inegalitarie” proprie dei meccanismi disciplinari, la loro penetrazione in ambiti sociali sempre più vasti. La situazione carceraria, nella misura in cui porta i meccanismi disciplinari alla massima intensità, diviene, agli occhi di Foucault, “la spia” di questo fenomeno, altrimenti difficilmente visibile.

In definitiva ciò che emerge nel Panopticon è la saldatura sottile che lega illuminismo e totalitarismo, il nesso fra l’utopia di una società razionale, priva di zone d’ombra, e l’incubo orwelliano del “Grande Fratello”, il rischio sempre implicitamente presente nelle società post-rivoluzionarie di sfociare nel “terrore”, insomma quella tendenza dialettica dell’illuminismo a rovesciarsi nel suo contrario, messa acutamente in luce da Horkheimer e Adorno. Proprio per questo motivo il progetto di Bentham rimane, come scrive Michelle Perrot, “una delle fonti della nostra modernità” e insieme, aggiungiamo noi, un monito per il presente e per il futuro (cfr. Perrott M., L’ispettore Bentham, cit., p. 111).

Filippo Casati

BIBLIOGRAFIA

Barou J.P., Perrott M. (a cura di), Conversazione con Michel Foucault, in Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, Marsilio, Venezia 2009

Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, Marsilio, Venezia 2009

Foucault M., La società punitiva. Corso al Collège de France (1972-1973), Feltrinelli, Milano 2016

Foucault M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 2011

Horkheimer M., Adorno T. W., Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2012

Nietzsche F., La gaia scienza, Adelphi, Milano 1964

Perrott M., L’ispettore Bentham, in Bentham J., Panopticon ovvero la casa d’ispezione, Marsilio, Venezia 2009

Redazione

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