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Giustizia, la grande assente

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Tracciare una mappa della situazione bellica mondiale, risulta tutt’altro che semplice; non tanto per la moltitudine degli scontri, quanto per il fatto che quelle a cui oggi assistiamo non possono più essere definite guerre. Con il termine guerra andiamo ad indicare quel modello di combattimento svilppatosi in Europa dopo la Pace di Westfalia del 1648 o, meglio ancora, quello post Rivoluzione francese che, spogliato di deontologia cavalleresca e impregnato dai principi di democrazia, rese indispensabile la stipula di norme internazionali.

La guerra per come noi, e il diritto internazionale intendiamo, è dunque lo scontro armato non più limitato alla sola aristocrazia, ma di popolo contro popolo, nazione contro nazione: la vittoria presuppone la sconfitta dell’intero popolo avversario. Tutto ciò comporta, ed ha comportato, l’innalzarsi progressivo del livello di violenza, nonchè il proliferare dell’odio tra esseri umani di diversa provenienza. L’esatto contrario di quanto previsto dal modello di Rousseau, il quale sosteneva che la guerra avrebbe coinvolto solo gli stati, e che i singoli sarebbero potuti divenire nemici solo per via accidentale. Se possiamo dunque affermare che il concetto di guerra universalmente accettato, vede coinvolta la sovranità di uno Stato, che pertanto dichiara guerra ad un altro Stato, allora possiamo affermare con un certo margine di sicurezza che quella del Golfo non era affatto una guerra, come non lo è quella in corso da dieci anni. Su questo punto da tempo si attanaglia la coscienza, o l’incoscienza dell’Occidente, che non può più “andare in guerra” perchè non esiste più lo stato nemico; non si sa con chi si abbia a che fare e che cosa si attacchi.

Chiarita la questione semiotica, entriamo ora nel vivo della questione: nel mondo si contano  81 paesi in cui la situazione conflittuale va lentamente migliorando lasciando presupporre la possibilità di un cammino di pace, e 79 nazioni occupate attivamente in conflitti interni o esterni, la maggior parte delle quali ha visto emergere queste violenze, in seguito all’acuirsi della crisi mediorientale. È bene ricordare che Iraq e Afghanistan vivono una situazione di gurra permanente da oltre dieci anni mentre Siria, Yemen e Libia vivono le atrocità del conflitto dal 2011.

Più discussa a livello internazionale, è indubbiamente la situazione conflittuale dei paesi arabi, attivi in scontri interni ed esterni motivati dal concorso di molteplici fattori quali le problematiche politiche, le frizioni religiose, le rivalità ancestrali e le geostrategie sia interne sia delle superpotenze estere. Si ricorda a proposito che la stabilità della regione è fondamentale per l’equilibrio mondiale, dal momento che ¾ del commercio marittimo del pianeta passano per il Medioriente e le sue coste.

La ricchezza minerale di queste terre, accompagnata alla favorevole collocazione geopolitica, ha di fatto reso quest’area terra di conquista prediletta durante gli anni dell’imperialismo, alimentando nei popoli autoctoni una serie di spinte nazionaliste e risposte violente. Non a caso i paesi mediorientali, ad esclusione di Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, hanno tutti conosciuto o una guerra d’indipendenza, o una guerra civile, oppure una guerra dettata da necessità geopolitiche durature, come nel caso del conflitto arabo-israeliano. Allo stato attuale tutti i paesi dell’area sono impegnati direttamente o indirettamente in un conflitto interno o esterno, con la sola eccezione di Oman e Kwait.

Gli anni del colonialismo incurante, hanno fatto sì che nei popoli arabi scattasse la necesstà di una permanente ricerca di identità; ciò è stato causa di molteplici atti di violenza, talvolta sfociati nel genocido verso le minoranze, viste come un ostacolo alla formazione identitaria nazionale. Le popolazioni in questione subiscono la volontà egemonica di leader e maggioranze che mirano a cancellare tutto il particolarismo, minacciando così le fondamenta di stati ritenuti “fragili”. Alcune minoranze hanno combattuto al fine di preservare i propri diritti all’interno della nazione d’appartenenza; è il caso di Iraq, Libano, Iran e Yemen. Altre hanno impugnato le armi con l’obiettivo di ottenere l’indipendenza: opzione assunta da curdi e palestinesi. I primi, in seguito all’accordo Sykes-Picot, si sono più volte ribellati contro Iran, Iraq, Siria e Turchia al fine di creare uno Stato indipendente. Dopo decenni di lotte e persecuzioni violente, oggi i curdi sono riusciti a creare una provincia autonoma nel nord dell’Iraq, senza alcun appoggio da parte della comunità internazionale, che sembra aver riscoperto la dignità di questo popolo solo in tempi recentissimi: da quando i curdi muoiono in battaglia per contrastare i terroristi del Daech. Questi sbalzi umorali occidentali, hanno avuto un ruolo determinante anche nella questione palestinese. Abbiamo infatti assistito, fino agli anni novanta, ad un atteggiamento spiccatamente filo-palestinese da parte soprattutto dei movimenti di sinistra occidentali, oggi trasformato in deciso filo-israelismo, al punto di tacciare di antisemitismo chiunque accenni, in un contesto pubblico, rimostranze verso le violazioni compiute da parte del governo di Sharon prima, di Netanyhau dopo. Leader che, se sedessero al governo di qualsiasi nazione europea, verrebbero tacciati di fascismo e criticati al pari di una Le Pen o di un Victor Orban; insomma personaggi ben lontani da Rabin e dal recentemente compianto Shimon Peres. La situazione israelo-palestinese è indubbiamente una delle più complesse nel panorama mondiale e risente notevolmente anche dei contraccolpi degli umori statunitensi ed europei. Risulta bizzarro che le Nazioni Unite, generalmente sinonimo di garanzia, vengano tacciate di partitismo ogni qualvolta presentino una risoluzione di denuncia nei confronti dello stato israeliano. Decisamente mal accolto è stato ad esempio il rapporto Onu, pubblicato in tre lingue lo scorso giugno, dal titolo “Vite frammentate”. Il documento asserisce che “l’occupazione della Cisgiordania e il blocco imposto da Israele su Gaza, sono i principali fattori delle vulnerabilità umanitarie palestinesi“. Nella risoluzione si legge che il numero di palestinesi uccisi durante quest’ultimo anno, è il più alto mai registrato dal 2005, ovvero da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a monitorare la situazione in Palestina. Particolare attenzione è posta alla questione degli insediamenti coloniali; si legge infatti “La violenza dei coloni, insieme a una insufficiente applicazione della legge da parte di Israele, ha posto a rischio la sicurezza fisica e la vita delle comunità palestinesi […] casi documentati di attacchi di settler e conquiste di terra avvenute con la forza, lasciano pensare che la violenza rientri in uno sforzo meditato da parte dei coloni che hanno come obiettivo quello di cacciare i coltivatori palestinesi da quelle che sono diventate de facto aree controllate da Israele“. Tutto ciò condito da una serie di dati circa il numero dei bambini arrestati nel 2015 (422). D’altro canto, il rapporto critica fortemente anche gli attentati islamisti di Hamas, a cui è richiesto di porre immediatamente fine agli attacchi sui civili e contro le proprietà israeliane.

Questa situazione di totale stallo, è aggravata ancora di più dal livello di estremizzazione a cui sono giunte ambo le parti, che rendono pressochè impossibile il proseguimento delle trattative in un’ottica di pace.

Tornando alla ricerca delle radici, possiamo notare come questa si rifletta anche nella protesta circa alcuni confini disegnati in epoca coloniale; è il caso di Siria, Iraq, Kwait, Libano e Yemen. Lo stesso scontro tra repubblicani e monarchici, spesso trascende dallo scontro tra sunniti e sciiti, che alcune monarchie del Golfo Persico sfruttano per nascondere quella terribile lotta per l’influenza nell’area, in contrapposizione al regime “repubblicano” iraniano. Lo scontro dei nazionalismi e l’ego, sono stati la causa di molte guerre: diversi leader carismatici hanno impegnato i loro paesi in confronti militari atti ad affermare il potere, il prestigio della loro nazione e a salvare il loro regime.

Questo è stato il caso di Nasser, che non ha esitato a sfidare Israele e a intervenire nello Yemen per consolidare il suo ruolo di leader del nazionalismo arabo. Simile è  la vicenda di  Hafez Assad, che ha attaccato Israele ed è intervenuto in Giordania e in Libano. Il personaggio più emblematico di questo atteggiamento è sicuramente Saddam Hussein, che ha lanciato un’offensiva contro l’Iran nel 1980, gettando il Golfo Persico in una guerra totale che sarebbe durata otto anni. Poi, invadendo il Kuwait nel 1990, Saddam offre l’opportunità agli occidentali di consolidare la loro presenza militare nella regione. Oggi, la strategia iraniana di affermare il controllo del ciclo nucleare, risponde alla stessa logica e mira a rafforzare il potere della guida e delle Guardie Rivoluzionarie.

Dal 1950 al 1990 il nazionalismo arabo e  il pan-arabismo si sono affermati come ideologie dominanti in Medio Oriente; solo lo Shah dell’Iran e le monarchie del Golfo più conservatrici si sono assunti il rischio di combattere frontalmente. Per gli stati arabi impegnati in un difficile processo di unificazione, Israele era il bersaglio ideale per unire le energie e mettere a tacere le rivalità. É stato tutto più facile dopo la guerra dei Sei Giorni: l’ideologia coloniale sionista ha portato acqua al mulino del nazionalismo arabo. Durante questo periodo la religione, ritenuta valido punto di forza identitaria, viene innalzata a scapito della politica, soprattutto in concomitanza con la scomparsa dei grandi leader arabi.

Sono i religiosi ad assumere potere crescente, legittimati dal credo ad esprimersi in modo ancora più radicale, innanzi ad un crescente numero di persone, prive di qualsiasi prospettiva politica, sociale o economica. Tre sono gli esempi più calzanti per illustrare questa deriva: il conflitto israelo-palestinese, che si muove nel campo del conflitto religioso (ebrai ortodossi contro musulmani estremisti di Hamas); il confronto iraniano-saudita, espresso in un conflitto settario (sunniti contro sciiti); la jihad dello Stato Islamico che alimenta lo spirito di “guerra santa” (il califfato contro i crociati cristiani e gli sciiti infedeli).

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno agito in quest’area direttamente o per delega; in particolare durante le guerre arabo-israeliane e l’infinita guerra civile yemenita.

Il gioco del potere non è sempre stato dannoso: nel 1958, gli interventi degli Stati Uniti in Libano e dei britannici in Giordania sono riusciti ad evitare che entrambi i paesi cadessero nel caos. Nel 1987, l’intervento navale occidentale nel Golfo Persico, ha accelerato la conclusione della guerra tra Iran-Iraq. Nel 1991 una coalizione internazionale ha liberato il Kuwait e stabilizzato la penisola arabica.

La scomparsa dei blocchi ha determinato però il persistere degli Stati Uniti come unici attori nel teatro mediorientale; la fine della guerra fredda ha aperto il vaso di Pandora e, insieme al nazionalismo, hanno iniziato a rivivere anche le antiche rivalità. L’invasione statunitense dell’Iraq ha fatto precipitare il paese in un caos maggiore rispetto alla situazione in cui versava. Washington ha scoperto un Medio Oriente più complicato di quello che l’intelligenzia americana avesse immaginato. Gli States si sono trovati così costretti ad interagire con un numero crescente di parti interessate, con interessi diversificati. Tra gli obiettivi non tanto il desiderio di “esportare la democrazia” (cosa che gli USA non hanno mai pensato di dover fare, ad esempio, in Arabia Saudita), quanto la necessità di garantirsi un accesso gratuito al traffico marittimo, all’energia, ai nuovi mercati. A onor del vero, è bene ricordare che se le mire statunitensi sono oggi palesi, ciò non significa che altre potenze mirino, ognuno in misura diversa, allo stesso bottino: Iran, Cina, Russia, Turchia e, ovviamente l’Unione europa con i suoi vari protagonismi.

Contrariamente alla credenza popolare, il petrolio è stato raramente la causa reale delle guerre in Medio Oriente, anche se il controllo dei depositi e le varie strategie di aumento e crollo dei prezzi, hanno spesso svolto un importante ruolo nella condotta delle ostilità, con l’obiettivo di indebolire la parte belligerante di turno. Molto più preoccupante è il controllo delle acque dolci sulle quali tornerò più avanti.

Al pari dell’area del mashreq, anche quelle che oggi stanno sconvolgendo il continente nero non sono guerre. In Africa i combattenti non hanno né ideologia, né obiettivi chiaramente definiti. Prendere il potere nelle capitali e nelle grandi città interessa solo relativamente. Le bande armate, nelle loro differenti tipologie, sconvolgono la vita delle popolazioni civili perpetrando crimini di vario tipo. I ribelli di oggi non mirano ad ottenere consenso e sostegno popolare; al contrario incrementano l’odio e la paura collettiva attraverso atti di inaccettabile crudeltà, quali i rapimenti di bambini destinati ad ingrossare le fila dei loro scalcinati e crudeli battaglioni. Se negli ultimi anni stiamo assistendo al declino del Movimento di Liberazione africano, per come lo abbiamo sempre conosciuto, stiamo al contempo assistendo al suo sviluppo più selvaggio e meno organizzato, più violento e meno semplice da definire. Non ci sono più ideali in un’Africa in cui la pandemia è solo opportunistica e il banditismo pesantemente armato. I ribelli hanno ceduto il passo ai predatori, come dimostra l’epidemia di stupri nel Congo orientale. Esiste forse un interesse militare nel penetrare una donna con un fucile d’assalto e poi premere il grilletto? Il terrore è diventato un obiettivo più che un mezzo. Questa è la storia dell’intero continente, che vede la metà dei 53 paesi impegnati in un conflitto attivo o recentemente concluso. Luoghi di sostanziale tranquillità come la Tanzania sono eccezioni. Anche tradizionali mete turistiche come il Kenya, stanno registrando preoccupanti episodi di violenza.

            La maggior parte delle lotte per l’indipendenza combattute dalle generazioni precedenti, sono sfociate in sanguinosi conflitti (la guerra per l’indipendenza del Sud del Sudan ha provocato più di 2 milioni di vittime); le lotte attuali non differiscono dalle precedenti per il numero di morti, bensì per i metodi utilizzati, per gli obiettivi e per i leader che li definiscono. Yoweri Museveni, leader della guerriglia in Uganda nel 1980, motivava i suoi ribelli dicendo loro che stavano partecipando alla costruzione dell’Esercito Nazionale Popolare. Museveni è diventato presidente nel 1986 ed è ancora in carica (ma questo è un altro problema). Nonostante tutto, le sue parole di allora suonano francamente più nobili se paragonate a quelle di Joseph Kony, il leader del principale gruppo ribelle attivo nel paese, il quale è in grado di impartire un solo ordine: bruciate tutto.

Anche qualora fosse possibile convincere questi personaggi ad abbandonare la jungla per sedersi al tavolo delle trattative, cosa si potrebbe offrire loro? Non vogliono terreni o regioni da controllare; i loro eserciti sono sovente composti da bambini traumatizzati, la cui esperienza e le cui capacità (se così si possono chiamare) sono totalmente inadatti alla vita civile. Tutto ciò che vogliono sono denaro, armi e il diritto di scatenarsi. E sono già tre. Non essendoci margini di trattativa, l’unico modo per fermare davvero i ribelli di oggi è catturare o uccidere i loro capi: personalità disturbate le cui organizzazioni scompaiono generalmente con loro. Questo è ciò che è accaduto in Angola, quando Jonas Savimbi, capo dei ribelli e trafficante di diamanti, è stato assassinato: con la sua morte si è concluso uno dei più intensi conflitti della guerra fredda. Al pari, nel 2006, della Liberia, quando Charles Taylor, indiscusso signore della guerra divenuto presidente, è stato arrestato e si sono improvvisamente arrestati dieci lunghi anni di violenze e massacri.

Nei fatti sono stati sprecati ingenti quantitativi di denaro e un numero incredibile di ore, in sterili colloqui che mai hanno sortito gli effetti desiderati. La stessa cosa si potrebbe dire dei processi per i crimini contro l’umanità effettuati dalla Corte penale internazionale contro i capi ribelli.

Sembra così che i vecchi ribelli africani avessero dalla loro molta più “classe”. Hanno combattuto contro il colonialismo, contro la tirannia e contro l’apartheid. Le insurrezioni vittoriose erano spesso guidate da maestri di retorica persuasiva, ma affascinante e non di rado intelligente. Lo stesso Robert Mugabe, dittatore dello Zimbabwe, riuscì a portare la Rhodesia da paese governato da minoranza bianca ad uno governato dalla maggioranza nera. Riuscì, durante il suo primo decennio al potere, a trasformare il paese in una delle economie più dinamiche e diverificate del sud del Sahara. Il suo status di eroe di guerra e la sua continua assistenza ad altri movimenti di liberazione durante gli anni ’80, possono spiegare perchè molti leader africani siano tutt’oggi riluttanti a criticare il suo operato, nonostante abbia portato l’inferno nello Zimbabwe.

La fine della guerra fredda ha cusato il caos e il crollo di alcuni stati, soprattutto laddove le grandi potenze in gioco un tempo, sono divenute improvvisamente irrilevanti, ad eccezione delle risorse naturali che possono continuare a essere acquistate con la medesima facilità e col medesimo tornaconto economico, presso i vari gruppi armati. É così che improvvisamente è maturato il bisogno di possedere un’arma e, in quattro e quattr’otto, in tutto il mondo ha iniziato a diffondersi l’AK-47 con le sue munizioni a buon mercato, penetrando nei più remoti angoli dell’Africa all’indomani dello scioglimento del blocco orientale. Un’occasione unica per uomini carismatici e privi di una particolare morale. Esempio probabilmente più preoccupante è la Resistenza del Sigore (LRA), movimento ribelle cristiano, nato nel nord dell’Uganda dall’anarchia degli anni ’80, al pari delle bande attive lungo il delta del Niger. Se inizialmente l’LRA aveva legittime rimostranze, il sedicente profeta che li guidava, Joseph Kony, è riuscito in breve tempo a disattendere tutti e dieci i comandamenti che si vantava di difendere. Questo movimento ha scavato un percorso di violenze e crudeltà attraverso l’intera regione, lasciando segni tangibili quali arti amputati, orecchie e bocche tagliate di netto. Nelle fila dell’LRA decine di giovanissimi plasmati ad hoc, si sono macchiati di crimini cruentissimi, dal saccheggio al tanto noto quanto terribile episodio dei neonati letteralmente frantumati in mortai di legno. Oggi in Congo un terzo dei combattenti ha meno di 18 anni; sono il nuovo modello del “soldato predatore”: motivato e finanziato dal crimine. I ribelli, abbiamo già detto,  non hanno bisogno del sostegno popolare. Ciò comporta lo svantaggio di non attirare reclute volontarie, rendendo necessario rapire e indottrinare bambini. I bambini sono l’arma ideale: facilmente influenzabili, intensamente leali, incuranti della paura e, soprattutto, risorsa illimitata.

Come in ogni situazione drammatica, le problematiche si susseguono e, come si suol dire, “piove sempre sul bagnato”. Uno dei punti è proprio questo: non piove e di bagnato ce n’è troppo poco. L’emergenza idrica e alimentare rischia di aggravare una situazione di per sè già pessima.

Nell’agosto del 2015 i ribelli in protesta contro il regime siriano di Bashar al Assad sabotano una fonte d’acqua a pochi chilometri a nord di Damasco. Per tre giorni la capitale siriana è privata del  90% del suo approvigionamento. Un mese più tardi una raid della coalizione sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, distrugge un impianto di imbottigliamento d’acqua nella regione yemenita controllata dagli sciiti. Nel dicembre dello stesso anno un raid dell’aviazione russa in Siria distrugge le infrastrutture di trattamento delle acque a nord di Aleppo. Possiamo constatare come negli ultimi anni siano notevolmente aumentati gli attacchi intorno ai bacini idrici e alle infrastrutture volte alla depurazione delle acque. Se può essere vero che l’oro blu andrà a sostituire l’oro nero nei conflitti tra stati, è altrettanto vero che fin dagli albori dell’umanità mai l’acqua ha opposto due nazioni, con eccezione della battaglia tra le due città stato mesopotamiche Lagash e Umma nel 2500 a.C.

Il futuro potrebbe essere differente, soprattutto se letto in relazione ai cambiamenti climatici, all’urbanizzazione, all’industrializzazione e all’aumento esponenziale della popolazione. Nel mese di maggio, la Banca Mondiale, in una relazione speciale sul riscaldamento globale, ha avvertito che quasi 1,6 miliardi di persone (¼ dell’umanità) vivono in paesi con una comprovata scarsità di risorse idriche, e che nel giro di vent’anni questa cifra potrebbe raddoppiare.

Nella misura in cui il 40% della popolazione mondiale vive nei 250 bacini fluviali transfrontalieri del mondo, è importante che i membri di queste popolazioni cooperino tra loro; il problema è che ad oggi sono solo 200 i trattati di cooperazione e coprono solo 60 bacini fluviali. É una cifra decisamente bassa. A partire dal bacino del Nilo, possiamo scorgere i segni di scontri che nel brevissimo tempo diverrano cruenti. L’intenzione etiope di proseguire la costruzione di una diga  che permetterebbe l’incanalazione di acqua in cisterne e serbatoi sul Nilo Azzurro, sta irritando non poco il Cairo, che brandisce un trattato del 1929 secondo il quale l’Egitto detiene potere su due terzi delle risorse idriche e diritto di veto su tutti i progetti relativi al fiume. Nel 2010 sei stati, Etiopia, Burundi, Tanzania, Kenya, Ruanda e Uganda, hanno denunciato questo diritto di veto chiedendo la stipula di un nuovo accordo; per l’arbitrato il presidente egiziano al-Sissi avrebbe scomodato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyhau.

Altro punto chiave nel panorama dei conflitti idrici è il sud-est asiatico, che potrebbe diventare una polveriera. Il fabbisogno energetico ed idraulico della Cina preoccupano enormemente dal momento che il nord-est della Cina detiene solo il 15% delle risorse idriche, per il 45% della popolazione totale. Pechino, con meno di 500 m3 a persona all’anno, è già in una situazione di stress idrico. Per questi motivi il governo sta realizzando diversi progetti per il trasferimento delle acque e per questo motivo i cinesi non hanno intenzione di muovere un passo dal Tibet, la cisterna dell’Asia, ai piedi dell’Himalaya. L’Indo, il Gange, il Brahmaputra e il Mekong hanno là la loro fonte: deviare l’acqua di questi fiumi significa acuire le tensioni tra Cina, India, Bangladesh e Pakistan. Le preoccupazioni sono motivate dalla mancata ratifica da parte della Repubblica Popolare della Convenzione ONU sui corsi d’acqua internazionali. La condivisione delle acque del Brahmaputra appare come una delle più gravi fonti di conflitto: il Delta del Mekong è di importanza cruciale per lo sviluppo del Vietnam e, per garantire un’equa ripartizione delle acque Cambogia, Laos, Tahilandia e Vietnam hanno consolidato, già dal 1995, un apposito comitato di gestione: la Commissione del fiume Mekong. Grande assente? Naturalmente la Cina.

Rossella Pera

Redazione

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