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Fromm con Lacan

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LEGGE ECONOMICA E MORALE VERSUS ETICA DEL DESIDERIO

“Se è tecnicamente fattibile e profittevole, devo farlo”

Troviamo la frase in esergo fra le righe di descrizione del quarto e ultimo incontro del ciclo “I volti del linguaggio” 2016. Essa è tratta da un libro del noto psicoanalista Erich Fromm (Francoforte 1900 – Locarno 1980), autore di numerose pubblicazioni, alcune delle quali sono divenute dei best-seller.

L’elaborazione di Erich Fromm ha avuto, infatti, un notevole riscontro, pure nella nostra zona, anche in quanto egli si ritirò a trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza nel Canton Ticino, per la precisione nel locarnese, dove insegnava ancora la psicoanalisi in un seminario aperto al pubblico.

Varie fasi vengono attraversate nella sua opera: dagli studi universitari, alla pratica della psicoanalisi in forma essenzialmente ortodossa sino al contributo allo studio della società autoritaria in riferimento alla diffusione dei regimi totalitari, soprattutto quelli di stampo nazifascista, nell’ambito dell’Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte. Migrò negli Stati Uniti d’America, nel 1934, come fecero molti analisti all’epoca, spesso di origine ebraica, per sottrarsi all’orrore nazista.  Oltreoceano, prima negli USA, poi in Messico, giunse a un’applicazione meno rigida e dogmatica della pratica analitica stessa attraverso l’apertura ad una prospettiva umanistica e culturalista, in costante dialettica intellettuale con i movimenti politici e sociali di quel periodo storico tanto da acquisire una posizione da maitre-à-penser internazionale negli anni Sessanta e Settanta.

Fu un esponente della suddetta Scuola di Francoforte, imperniata sul freudo-marxismo, come altri autori di spicco quali Herbert Marcuse, Max Horkheimer e Theodor Adorno. In questo filone concettuale, si vedeva nello scarso interesse di Freud per il sociale un limite importante del suo sistema dottrinale che sarebbe stato sanato da una prassi più estesamente politica di stampo marxiano: tale collaborazione fra i due ambiti si sarebbe dovuta rivelare feconda per entrambi.

Fromm fu fra coloro che misero in risalto in Marx, più che la lettura economica delle contraddizioni del capitalismo, prevalente nel sedicente marxismo sovietico, il suo aspetto umano di alienazione. Alienazione nel feticismo delle merci, alienazione nel danaro, deterioramento dei legami dell’uomo con gli altri uomini a scapito di legami utilitaristici e commerciali. Non ci si rifaceva tanto ad argomentazioni strutturali poderose come quelle de Il Capitale, del quale è celebre la lettura sintomale offerta da Althusser che ha influenzato alcune invenzioni speculative di Lacan, quanto ai Manoscritti economico-filosofici del giovane Marx. Si tratta degli aspetti dell’opera dell’autore di Treviri forse più attuali oggigiorno, in una fase storico-economica volta alla performance, alla competizione, alla frenesia lavorativa e produttiva in un’epoca di precariato e di incertezza globalizzata. In un periodo nel quale – come nella frase citata – quanto si presume comporti un profitto diventa un dovere, un must, un imperativo categorico, qualcosa che si deve fare.

La psicoanalisi, secondo questo approccio, considera il sintomo come un modo di ribellione, di insorgenza dell’individuo nei confronti di una patologia sociale effetto dei modi di produzione e di relazione specifici del sistema capitalistico. Un sintomo (come può essere un disturbo nel corpo o nel pensiero), una intensa angoscia oppure una massiccia inibizione vanno letti, intesi e interpretati quali indici di un disfunzionamento non tanto e non soltanto del paziente quanto, in un’angolazione più ampia, del rapporto di costui con l’ambiente sociale in cui vive, lavora, si relaziona.

A livello politico, un accorato impegno pacifista colloca l’impegno di Erich Fromm nel novero del cosiddetto socialismo umanista che, tenendo conto, di alcune linee fornite da Marx, recupera il valore umano di una certa visione messianica in un progetto che sfiora la trascendenza e rasenta punte di religiosità. Si tratta di un socialismo democratico, fortemente critico nei confronti dei regimi totalitari come quelli di matrice stalinista, sostenitore della libertà. Libertà tuttavia inquietante per molti esseri umani tanto da farli rifugiare nelle sicurezze indotte dall’appartenenza a organizzazioni politico-militari massimaliste e totalitarie.

Nei volumi di Erich Fromm, si coglie un grande amore per la vita e una fiducia in prospettiva nelle risorse e nelle potenzialità inespresse dell’essere umano. Il suo libro maggiormente famoso, ancor più del bellissimo “L’arte di amare”, si intitola “Avere o essere?” e venne pubblicato negli anni Settanta. Lo lessi quando avevo quattordici anni in quanto lo trovai nella casa dei miei genitori poiché, pur essendo noi figli di operai, a mia sorella maggiore era stato proposto come lettura da una sua docente. Questo libro ha segnato un’epoca, ha formato culturalmente una generazione. É un libro che si rintracciava in moltissime abitazioni sino a qualche decennio or sono. Basti considerare come, nel recente dibattito che abbiamo organizzato, quali Referenti provinciali dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, in cui il Past President dell’Ordine Mauro Grimoldi intervistava il celebre cantautore lagheè Davide Van De Sfroos, quest’ultimo citava esplicitamente Fromm. Vi faceva riferimento appunto a proposito della società della performance, di un’epoca altamente prestazionale a svantaggio dei legami umani.

La prestazione di successo, un cui emblema di grande diffusione sta nella gara sportiva, e il successo economico sono evidentemente accostabili. Lo sono spesso a scapito della dimensione etica. Quello che si evidenzia come angustiante è che tale centralità della prestazione vittoriosa avvenga talora a livello della morale collettiva. La legge morale, ai tempi di Freud, agli albori della psicoanalisi, proibiva il godimento, anzitutto nelle specie del godimento sessuale. Oggigiorno, la legge morale collude, invece, con quella economica. Pigia l’acceleratore della concorrenza, conduce sulla corsia di sorpasso verso l’exploit economico che dovrebbe rendere possibile l’accesso al godimento. Tutto dovrebbe diventare possibile, danaro permettendo: godimento sessuale scambiato per contante, godimento edonistico senza freni, godimento reso fattibile dalla tecnica, godimento del maneggiare il potere, godimento della possibilità di usufruire interamente dei beni di consumo.

La distinzione fra etica e morale trae origine dalla tragedia dell’Antigone di Sofocle (cui Guido Rovi ha qui dedicato alcuni bei passaggi), lo stesso autore del dramma di Edipo da cui la psicoanalisi ha tratto la celebre formula del “Complesso di Edipo”. Si tratta oltretutto della tragedia preferita dal filosofo Hegel il quale vi coglieva il conflitto fra discorsi.

In effetti, il principio del profitto ripropone, in forme ovviamente evolutesi in base alle mutate condizioni economiche e sociali, il tema del bene e della legge morale cui si appella Creonte. Dopo la morte del traditore Polinice, egli impone che gli venga negato l’onore della sepoltura in quanto reo di un grave misfatto nei confronti della legge della città di Tebe. Antigone, mossa da pietas fraterna, vuole contravvenire a questo dettame e ricoprire con della polvere il corpo del proprio fratello, dato in pasto agli avvoltoi. Creonte la condanna a morte per punirla di siffatta trasgressione, infliggendole il supplizio di entrare viva nella tomba, nello spazio intermedio fra tragitto vitale e morte.

Jacques Lacan dedica a questo dramma sofocleo tre fra le lezioni conclusive del suo settimo seminario, intitolato appunto L’etica della psicoanalisi. L’etica della psicoanalisi è un’etica del desiderio anziché della legge morale. Etica e morale vanno distinti e, in un’analisi, il soggetto compie un enorme progresso quando passa dalla morale al proprio desiderio etico. Al cuore di un’analisi, vi è la domanda: “Hai agito conformemente al desiderio che ti abita?”.

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Antigone costituisce una figura cardine del desiderio tanto da divenire inflessibile nel proprio desiderio. Si fa trascinare dal proprio desiderio che diviene un desiderio talmente puro da sconfinare  in una zona grigia, fra la vitalità e la morte.

Creonte, il capo, il rappresentante della legge, vuole il bene di tutti, della comunità tebana nella sua totalità. É lui che giunge a ricredersi, non così inflessibile da non avere alcun dubbio. Quando Creonte si ravvede, quando mette in discussione, è infine troppo tardi. É fuori tempo massimo: Antigone si è ormai tolta la vita, impiccandosi.

Se un’immortale e insuperabile tragedia come quella che dobbiamo al genio di Sofocle vale la pena venga ancora studiata è in quanto mette mirabilmente in scena il conflitto fra legge morale ed etica del desiderio.

La mia tesi fondamentale è la seguente: attualmente legge morale e legge economica coesistono, si sovrappongono, si rafforzano finanche a vicenda. Premono in direzione del godimento. Comprimono, così, il desiderio e l’etica del desiderio. Mentre la legge morale del periodo freudiana si centrava sul senso del dovere che vietava il godimento, ora la legge economico-morale spinge a doverlo fare (come nella frase citata in esergo), a dover godere.

Il godimento implica qualcosa di concreto: si gode di oggetti come le droghe, il cibo nell’abbuffata bulimica, di donne ridotte a mero oggetto sessuale e così via. Il desiderio ha sempre a che fare, invece, con l’Altro. Il desiderio è desiderio dell’Altro, in dialettica con l’Altro: desiderio nei confronti dell’Altro; desiderio di essere desiderati dall’Altro; desiderio dell’oggetto desiderato anche dall’Altro.

La pratica della psicoanalisi ci insegna, pur nelle differenze epistemologiche, pur nei diversi orizzonti culturali, fra un Fromm e un Lacan, che quanto fa sintomo oggi indica un disagio nei confronti del godimento. Ciò che attualmente fa problema sta a segnalare una difficoltà rispetto a un contesto socio-culturale che lancia verso il vortice del godimento.

Nello shopping compulsivo, una donna acquista oggetti di cui si disfa rapidamente dimostrando i limiti dell’oggetto in quanto tale e, in fondo, del danaro stesso.

Nella società dell’agio, del benessere finanziario, l’anoressica rifiuta e rigetta l’onnipresente disponibilità del godimento alimentare.

Nel mondo della libertà sessuale, della diffusione on line delle molteplici sfaccettature della pornografia, sintomi come impotenza, disturbi eiaculatori, frigidità e anorgasmia impediscono il godimento sessuale.

Quanto pone un freno al godimento non è niente affatto la legge economica né ormai neppure quella morale. Il godimento viene arginato da una legge non scritta. Il soggetto etico si rintraccia più nel desiderio che nel godimento. Il soggetto, nella sua propria eticità, si ritrova maggiormente nel desiderio e nell’amore, persino nell’epoca della tecnica imperante.

Roberto Pozzetti

Redazione

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