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Das experiment

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Svariati sono i film che rappresentano le fasi iniziali di derive autoritarie e violente con tutti i meccanismi causali che si mettono in moto (su tutti penso, e suggerisco, il film “L’Onda”). Tuttavia sono pochi quelli che rappresentano questi avvenimenti all’interno della realtà carceraria. Uno di questi è “The Experiment – Cercasi cavie umane” (il cui titolo originale è “Das Experiment”, diretto dal Oliver Hirschbiegel).

Il soggetto del film del 2001, di produzione tedesca, è basato sul romanzo “Black Box” dello scrittore Mario Giordano, a sua volta liberamente ispirato all’esperimento carcerario di Stanford, studiato e condotto dallo psicologo Philip Zimbardo e dalla sua equipe. Un esperimento di psicologia sociale del 1971 che – nel bene o nel male – ha fatto storia. Nel 2009 è stato realizzato un remake statunitense.

Il film si apre sul protagonista Tarek Fahd mentre legge un annuncio giornalistico nel quale si ricercano volontari per un esperimento di due settimane, dietro compenso di 4000 marchi. È questa la principale motivazione che metterà insieme un gruppo variegato di venti uomini, tra cui Tarek, per partecipare a un non meno precisato esperimento. Fin da subito gli sperimentatori mettono in chiaro che, affinché si possa ottenere la buona riuscita dell’esperimento, i partecipanti dovranno isolarsi in un finto carcere per la durata di due settimane, impersonando con efficacia il ruolo che verrà loro attribuito. Ma, soprattutto, viene più volte ribadito ai partecipanti che dovranno essere pronti a sacrificare la propria privacy e a rinunciare ai propri diritti civili; a questo punto è già possibile notare come incredibilmente nessuno di essi pone domande o obiezioni a riguardo.

Una volta suddivisi i partecipanti in otto guardie carcerarie e dodici carcerati (i quali vengono privati del proprio nome in favore di numeri, allo scopo di depersonalizzarli) ha inizio il thriller psicologico: i giorni iniziano a scorrere sullo schermo con preoccupante lentezza per l’impotente spettatore, il quale osserva un iniziale clima quasi giocoso tramutarsi rapidamente in un ambiente gratuitamente oppressivo e naturalmente coercitivo.
Il dettato degli sperimentatori – che videosorvegliano minuto per minuto l’andamento della micro-società costituitasi – era che non ci sarebbe dovuta essere alcuna forma di violenza ma questa regola basilare viene ben presto disattesa dai secondini. La spirale di degenerazione prende avvio da una serie di piccoli episodi normalmente deprecabili, quali imposizioni, ricatti, abusi di potere, umiliazioni, ecc, che sommati tra loro conducono tutti quanti (i partecipanti, siano essi secondini o carcerati, e i ricercatori stessi) a un finale claustrofobico, condito con una buona dose di scene forti, di nudo e di incontrollata violenza fisica e psicologica.

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Al termine della visione una domanda sorge spontanea e immediata: perché?
E a questa ne susseguono subito una miriade, tra le quali: come si è potuti arrivare fino a questo punto? Si sarebbe potuto evitare tutto ciò? Come mai non si sono fermati? E, soprattutto, io cosa avrei fatto?
Risulta quanto mai difficile sintetizzare anche solo un abbozzo di risposta a tali quesiti amletici, ma è d’uopo provarci. Senza dare un giudizio morale fine a sé stesso, si può affermare che questa sequela di atti brutali sia in parte da attribuirsi al crollo dei freni inibitori e all’attenuarsi del senso di responsabilità (la deresponsabilizzazione, da parte dei secondini, coinvolgeva tanto lo sperimentatore, in qualità di capo e di mandante indiretto, quanto il gruppo dei detenuti, considerati come gli aizzatori). Inoltre, anche lo smorzamento dell’identità personale e la mancanza di educazione – intesa come preparazione – al ruolo assunto favoriscono il meccanismo del contagio sociale, il quale a sua volta amplifica le tendenze aggressive dei singoli e del gruppo.
Molteplici sono gli esperimenti e le teorie psicologiche a sostegno di questa tesi [Brian Mullen, 1986; Robert Zajonc, 2000; Bruce Meier e Verlin Hinsz, 2004].

A questi primi interrogativi sul film ne seguono alcuni sulla realtà non cinematografica. Di primo acchito si è portati a ritenere e a sperare che non sia così, ma a ben vedere svariati dati riconoscono una triste realtà carceraria italiana.
Come risaputo, l’ordinamento penitenziario italiano si basa sul pensiero beccariano del recupero del condannato e non più sul fine vendicativo della detenzione. Ma nel passaggio dalla teoria alla prassi, purtroppo, qualcosa è andato storto: a cavallo dei mesi di febbraio e marzo di quest’anno, Amnesty ha nuovamente lanciato l’allarme riguardo la traballante condizione delle carceri italiani; denuncia che, tra l’altro, fa seguito alla condanna della Corte di Strasburgo per trattamenti inumani nei nostri istituti penitenziari.
Innumerevoli e difficilmente conteggiabili sono i casi presenti in tutti i Paesi occidentali a sostegno delle tesi per le quali è l’istituzione carceraria stessa, per sua conformazione, a deumanizzare. Ma chi, poi, dovrebbe deumanizzare? Sicuramente i carcerati, il cui status è sostanzialmente ridotto a quello di oggetto stipato in un inventario di delinquenti. Tuttavia anche i “secondini” non sono esenti da questa mutazione, tutta interna a tale organizzazione repressiva e punitiva.
Fortunatamente negli ultimi tempi pervengono anche delle buone nuove: dalle recenti scelte governative (apprezzate anche dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jangland) alle funzionanti realtà d’avanguardia come la casa di detenzione di Milano-Bollate.

In conclusione, se volessimo far seguire una brevissima analisi politica a questo film che (quasi) violenta lo spettatore, non può non saltare all’occhio una macroscopica e colpevole manchevolezza italica: l’assenza di un reato di tortura che possa far fronte e perseguire correttamente casi simili.

Bist du stark genug fur diese erfahrung?

Tommaso Davide Fasola

P.S.: per chi volesse ulteriormente approfondire l’esperimento originale di Zimbardo rimando al link ufficiale: http://www.prisonexp.org/

Redazione

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